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L’Italia entra in guerra: 24 maggio 1915

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Trincea italiana

L’Italia prima della Guerra

Nonostante le elezioni del 1913 avessero visto una forte affermazione socialista in Italia, la componente liberale riuscì a conservare la maggioranza anche se su posizioni differenziate. Con lo scoppio della guerra mondiale, emerse in maniera evidente la divisione tra pacifisti e interventisti, con una fortissima ragione in più dalla parte di quest’ultimi: non si parlava più della conquista di una colonia, ma di riunire alla madrepatria le terre italiane «irredente».

Capo del governo era allora Antonio Salandra (1853-1931), guida di una coalizione di destra che faceva riferimento a Sonnino, il quale era anche ministro degli esteri. Giolitti aveva preferito farsi da parte, considerando anche la situazione internazionale che annunciava una guerra da lui non condivisa.

Salandra e Sonnino proclamarono la neutralità, ma nel mentre continuavano a sondare le diplomazie europee, preparando un futuro ingresso in guerra. Al loro fianco vi era uno schieramento composito, che premeva per l’intervento: oltre alla loro parte politica, vale a dire la destra conservatrice antigiolittiana appoggiata dal re, c’erano i nazionalisti guidati da Enrico Corradini (1865-1931), che guardavano con interesse ai socialisti rivoluzionari, rivendicando per l’Italia il ruolo di «proletaria fra le nazioni». Inoltre c’erano i repubblicani mazziniani e i socialisti riformisti di Bissolati e Bonomi, che erano stati contrari alla guerra in Libia, ma ora vedevano l’occasione del completamento dell’unità d’Italia, della «quarta guerra d’indipendenza». C’erano i radicali come Salvemini socialista meridionalista; c’era Romolo Murri, il “prete modernista” che si era battuto per un ritorno dei cattolici alla vita politica. C’era Benito Mussolini che, allineato ai socialisti era stato contrario ad un intervento dell’Italia alla scoppio delle ostilità, ma che fin dall’autunno 1914 era passato ad un acceso interventismo (che gli costò l’espulsione dal partito).

Anche se l’interventismo era minoritario a livello politico, come avvenne in Francia con il boulangismo, era molto attivo nel paese con la sua propaganda e la sua mobilitazione di massa.

 

L’Italia entra in guerra.

Senza tenere conto della maggioranza parlamentare pacifista, Salandra e Sonnino iniziarono contatti diplomatici per negoziare l’entrata in guerra. Gli imperi centrali era pronti a cedere all’Italia, anche in cambio della sola neutralità, tutti i territori di lingua italiana del Trentino e del Friuli, ad esclusione di Gorizia e Trieste (che avrebbe avuto una certa autonomia). Inoltre avrebbero dato un protettorato sull’Albania. Inghilterra, Francia e Russia offrirono molto di più: alle concessioni degli imperi centrali aggiunsero anche il Tirolo meridionale di lingua tedesca, sino al confine con il Brennero, tutta la Venezia Giulia e la Dalmazia. Sarebbe rimasta esclusa Fiume. Oltre ad un protettorato sull’Albania, anche il possesso diretto della base di Valona in territorio albanese, e anche la provincia turca di Adalia sulla costa meridionale dell’Anatolia, oltre alla Libia e al Dodecaneso recentemente conquistate. E poi avrebbe avuto mano libera per una ulteriore espansione coloniale in Africa orientale.

Appare chiaro come la “quarta guerra di indipendenza”, la liberazione delle terre italiane irredente erano solo una delle ragioni che giustificavano l’intervento dell’Italia. Dall’altra parte vi era la volontà dell’Italia di entrare nel novero delle grandi potenze (soprattutto potenza mediterranea).

Le trattative di Sonnino e Salandra si conclusero con gli accordi di Londra nella primavera del 1915, che garantivano l’entrata in guerra dell’Italia con l’Intesa e con il compenso pattuito in caso di vittoria. I fronti bellici erano già del tutto stabilizzati ed era assolutamente irrealistico pensare ad una rapida fine della guerra. Tuttavia era proprio questo che sperava il governo italiano: l’apertura di un altro fronte avrebbe fatto crollare gli imperi centrali già impegnati nel fronte russo e francese.

Gli accordi di Londra erano segreti e il Parlamento non ne sapeva nulla. Ma Sonnino non voleva né poteva procedere senza un forte consenso popolare: durante il mese di tempo che gli accordi di Londra concedevano all’Italia per prepararsi al conflitto, fu impiegato non solo per mobilitare l’esercito, ma anche per infiammare le piazze con le parole d’ordine nazionaliste.

Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarava guerra all’Austria (alla Germania l’avrebbe dichiarata un anno dopo), e il suo esercito attraversava il Piave e attaccava gli austriaci verso il Carso e Trieste. Ma non riuscì a sfondare: il fronte rimase fermo circa due anni.

Anche se non produsse effetti militari importanti, la guerra mondiale ebbe conseguenze di grande rilievo sulla struttura industriale italiana: infatti permise all’Italia di staccarsi dal “protettorato” industriale tedesco e a bruciare le tappe verso una struttura produttiva in linea con le potenze europee. Lo Stato italiano, però, divenne l’unico grande cliente della neonata industria, l’unico grande acquirente. Tutto ciò avveniva al di fuori delle leggi di mercato (caratterizzate dall’elasticità della domanda e dell’offerta). La guerra imponeva invece allo stato di comprare comunque, e permetteva ai fornitori di imporre qualunque prezzo. Lo stato diventava un cliente da spremere: la trasparenza e la chiarezza morale non ne trassero che danno, e i rapporti di corruzione tra economia e politica, che avevano caratterizzato l’Italia dell’Ottocento, ne risultarono aggravati.

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