La Scimmia Urlatrice

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Storia di un dipinto: “Ragazzo morso da un ramarro” del Caravaggio

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Amilcare Anguissola, padre della pittrice  Sofonisba Anguissola ( Cremona, 1532 – Palermo, 16 novembre 1625) e suo primo sostenitore, decise di  scrivere e  spedire a Michelangelo Buonarroti  le opere della figlia. Fra questi vi era lo schizzo , datato 1554, raffigurante un  “fanciullo  morso da un gambero” o “fanciullo morso da un granchio”  che tanto piacque al grande  Michelangelo e che lo spinse a sostenere che Sofonisba possedesse del vero talento. La giovane artista era riuscita a fermare  un autentico moto  di dolore e lo spavento infantile  nell’espressione del bambino ,  da alcune fonti  identificato come Asdrubale, fratello della stessa Sofonisba. Quel disegno, ora conservato al Museo di Capodimonte, oltre a farci conoscere la bravura della pittrice cremonese,  probabilmente sarà motivo di ispirazione per la realizzazione di un altro capolavoro: il “Ragazzo morso da un ramarro” del Caravaggio (1595-1596, Londra, National Gallery), uno dei primi dipinti eseguiti dall’artista  dopo il suo arrivo a Roma. Non è ben chiaro come il pittore possa essere venuto a conoscenza di questo schizzo,  forse  attraverso una copia vista  presso la bottega del Cavalier D’Arpino.    Del soggetto caravaggesco  ne esistono due esemplari uguali, infatti un secondo olio su tela e  di  poco precedente al primo  è conservato presso la Fondazione Longhi a Firenze. Le due opere rappresentano un giovane dai modi femminei, un fiore tra i capelli, la spalla  destra lasciata libera dalla camicia che scivola verso il basso e che viene trattata con un panneggio accurato, sicuramente riconducibile alla scultura  antica che il Caravaggio ebbe modo di vedere  a Roma. Particolarmente attento  è lo studio – più tecnico che artistico- della luce che penetra da una finestra lasciata fuori dal quadro  e attraversa la brocca di vetro contenente dei fiori, con  una straordinaria fedeltà  ai fenomeni ottici che rimanda  alla  tradizione scientifica leonardesca. La luce radente, entrando da sinistra,  traccia le forme del giovane  e della frutta,  facendo risaltare i colori naturali , creando luccichii   e contribuendo ad imprimere una certa  enfasi alla scena.   L’accurata  rappresentazione del “vero”   la ritroviamo nella ruga frontale del viso del ragazzo, nella  posa scomposta , nell’espressione di sorpresa  e nella mano , immobilizzata  dal dolore percepito per il morso al dito  inferto dal  ramarro saltato fuori dalla natura morta in primo piano. Come in tutte le  altre tele  dell’artista  , anche in questa si è voluto vedere e decifrare dei riferimenti simbolici, quali  una possibile personificazione del tatto o un nascosto significato erotico  . Persino  il ramarro, visto  a volte come una lucertola e  altre come una salamandra, potrebbe alludere alla gelosia o al rancore. Quel che è certo è che  il Caravaggio , raffigurando il giovane nell’attimo in cui mostra sofferenza e paura  , ha approfondito il suo interesse per la descrizione pittorica dei moti dell’anima già avanzata da Leonardo  , ricerca a lui  nota fin  dai tempi del suo apprendistato presso Simone  Peterzano. Se è superfluo menzionare la vita e gli altri capolavori  dell’artista lombardo che lo renderanno famoso in tutto il mondo, è giusto ricordare che  la possibile ispiratrice del dipinto caravaggesco , Sofonisba Anguissola, proseguirà la sua attività di pittrice presso la corte di Filippo II di Spagna e, ancora una volta, susciterà l’ammirazione di un altro celebre pittore, Antoon Van Dyck .

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This entry was posted on November 14, 2015 by in Arte and tagged , , , , .
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