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Civiltà: Tra Greci e Indoeuropei

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L’origine dei popoli indoeuropei è stata ed è tuttora motivo di grandi dibattiti tra studiosi, l’interesse per questi nostri antichi avi parte dal lontano XVII secolo, quando i commerci con paesi esotici portarono diverse persone ad intraprendere il lungo viaggio che porta dai paesi europei all’India. Questi viaggi e commerci permisero la scoperta di un’incredibile somiglianza tra i vocaboli indiani e quelli europei, in particolare latini e greci. Ciò portò diversi studiosi, naturalmente soprattutto linguisti, a chiedersi a cosa fosse dovuta questa somiglianza di lingua tra popoli così lontani e diversi.

Nacque così l’idea che in un lontanissimo passato doveva esistere un’unica popolazione da cui in seguito sarebbero nati vari popoli. All’epoca le conoscenze non erano quelle di cui disponiamo oggi e le discussioni su quale dovesse essere stata la nostra patria ancestrale proseguirono per decenni passando per le più disparate teorie. Motivo di queste controversia è dovuto ad un fattore che spesso si ritrova anche ai nostri giorni, ovvero la non comunicazione tra diverse discipline scientifiche, infatti se la linguistica può rivelare parentele tra diversi nuclei, è l’archeologia che è in grado di fornire datazioni e legami tra un popolo ed il suo territorio.

Nel XX secolo un ricercatore tedesco di nome G. Kossinna, fece degli studi sulla preistoria tedesca e stabilì nel 1902 che la patria ancestrale degli indoeuropei dovesse cercarsi nella zona che va dal nord della Germania al sud della Scandinavia, da questo ragionamento a cui per decenni nessuno studioso tedesco si oppose, si sviluppò la futura ideologia razzista della razza pura tanto cara al nazismo.

Un altro e più significativo elemento conosciuto già agli albori dell’archeologia linguistica è la conoscenza della pastorizia degli indoeuropei, il che portò diversi studiosi a credere che fossero popolazioni nomadi che praticavano l’allevamento.

Questo modo di pensare però ha un vizio di forma, ovvero pensavano che si trattasse di popolazioni nomadi in quanto le confrontavano con altre popolazioni nomadi ancora presenti nelle steppe della Mongolia, questo finché nel 1922 un ricercatore di nome Giles fece notare che esistevano anche termini indicanti una conoscenza agricola, anche se ciò non poteva ancora bastare in quanto esistono tipi di colture compatibili col nomadismo; quindi per smentire definitivamente la teoria nomade Giles portò a suo favore termini indoeuropei che indicavano casa, villaggio e cittadella fortificata.

Da ciò dedusse che gli indoeuropei erano allevatori stanziali, il che ha una rilevanza importante in quanto si doveva cercare, come patria ancestrale, un territorio pianeggiante che consentisse l’agricoltura con i mezzi rudimentali del periodo e grandi quantità di pascoli. Giles identificò la pianura ungherese chiamata Pannonia, secondo lui tale ubicazione poteva spiegare anche la facilità migratoria degli indoeuropei, i quali utilizzavano la rotta segnata dal Danubio.

Verso la fine del ‘900 si ipotizzò come probabile sede di origine le steppe al sud della Russia, a suggerirlo fu O. Schrader, che in seguito fu appoggiato da altri studiosi; la conformazione geografica si adatta ma purtroppo le uniche prove apportate sono di tipo linguistico, continuano a mancare le prove archeologiche.

 

La svolta avvenne con l’archeologa, lituana di nascita e americana di adozione, Marija Gimbutas, la cui tesi è tutt’ora la più apprezzata, la studiosa trovò reperti archeologici che confermavano l’archeologia linguistica, inoltre spiegò e datò le varie ondate migratorie. Confermò le steppe a sud della Russia come focolare di partenza, in loco fece personalmente degli scavi in zone abitate da un popolo chiamato cultura dei Tumuli, che lei preferì chiamare Cultura Kurgan.

La Gimbutas, dalle innumerevoli ricerche archeologiche svolte nel corso della sua vita di studiosa ed utilizzando anche scoperte di altri studiosi, ha ritenuto di concludere che la varietà delle culture presenti in Europa nel periodo storico sono derivate dall’incontro-scontro di due diverse civiltà: una diffusa sul territorio dell’Europa antica, l’altra sviluppatasi, forse più tardi e lentamente, verso Oriente, nei territori situati a nord del Mar Nero, del Caucaso e del Mar Caspio. L’una pacifica, dedita alla coltivazione, la cui religione si fondava sul culto della madre terra, dea femminile; idea del femminile che aveva trasposto nell’organizzazione sociale, ponendo la donna al centro della società; l’altra si era formata nelle vaste steppe del nord, battute dai venti e occupate da mandrie di animali liberi. Come potevano queste popolazioni porre alla base della propria economia l’agricoltura che risultava di difficile realizzazione in quell’ambiente ostile! La loro attenzione si rivolse quindi agli animali e, non alla coltivazione se non in maniera molto marginale, non potevano ritenere la terra generatrice della vita, ma guardavano al cielo pensando a dèi maschili, forti, potenti e guerrieri, e trasposero questa concezione nell’organizzazione sociale in cui il maschio prevaleva.

 

 

Le civiltà dell’Europa antica avevano raggiunto un alto livello culturale. I manufatti rinvenuti risultano raffinati nella forma e nella lavorazione e mostrano la capacità di artisti e artigiani di parlare attraverso simboli e di esprimersi con segni che potrebbero essere stati una prima forma di scrittura, seppure utilizzata nel rapporto con la divinità e quindi con uno scopo di culto. Gli antichi europei conoscevano il rame e l’oro fin dal VI millennio a.C. A quell’epoca risalgono le attività estrattive, ma entrambi i metalli non sono adatti alla fabbricazione di armi e utensili. Ad un certo punto, intorno al 4500 a.C., tutto sembra cambiare. In alcune località scompaiono i raffinati manufatti del passato e se ne trovano altri di forma più arcaica. Incominciano a emergere segni di guerre e di violenza che erano stati assenti nei periodi precedenti. Qualcosa di importante è quindi avvenuto, anche se in un primo momento il cambiamento non ha interessato l’intera Europa. Parte di essa risulta totalmente estranea al fenomeno, in altra parte si verificano cambiamenti nei comportamenti delle popolazioni, come per esempio il trasferimento degli insediamenti in luoghi più facili da difendere ed, in qualche caso, la comparsa di difese attorno agli stessi. Perché di questi cambiamenti e chi può averli provocati? E’ ancora solo l’archeologia che può dare una risposta. L’archeologa Marija Gimbutas ritiene di avere trovato la risposta. Le Culture Kurgan In maniera e in tempi diversi rispetto al sorgere delle civiltà dell’Europa antica, nell’area posta a nord del Mar Nero, del Mar Caspio e del Caucaso, si erano sviluppate civiltà diverse che, nel tempo avevano assunto caratteri comuni. Si trattava di popolazioni che basavano la loro economia sull’allevamento di animali (pecore, capre, bovini) che vagavano numerosi nella steppa; erano distribuite sul territorio in piccole comunità in conseguenza della loro attività di pastori.

 

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Estensione approssimativa della prima civiltà dell’Antica Europa (dal 7000 a.C. al 3500 a.C.). Il termine “Antica Europa” è stato introdotto per indicare la civiltà che durò all’incirca dal 7000 al 3500 a.C. nell’Europa sud-orientale, ma il termine potrebbe applicarsi all’intera Europa prima delle invasioni indoeuropee, comprese le culture megalitiche dell’Europa occidentale (Irlanda, Malta, Sardegna, e alcune zone di Bretagna, Scandinavia, Francia, Spagna e Italia), dal V al III millennio a.C.

 

Nei due millenni che precedettero il primo incontro di queste due civiltà, circa fra il 7500 e il 4500 a.C., nell’Europa antica si erano sviluppate una serie di culture che, pur nelle inevitabili differenze, avevano assunto dei caratteri comuni.

L’economia di queste popolazioni era basata sulla coltivazione della terra; erano organizzate in centri abitati formati spesso da numerosi abitanti. I ritrovamenti archeologici dimostrano che si trattava di popolazioni pacifiche. L’evoluzione di queste civiltà era avvenuta senza l’uso della forza; in nessun sito sono state trovate tracce di guerra; gli insediamenti sono risultati privi di fortificazioni, posti spesso vicini a corsi d’acqua, in zone aperte come se non avessero avuto necessità di proteggersi da nemici.

Dunque sebbene la presenza dell’uomo in Grecia è datata a partire dal paleolitico. Nel neolitico inferiore (VII millennio a.C.) flussi migratori di culture provenienti da Oriente fissano i primi insediamenti permanenti che avviarono le economie agricole e di allevamento. Colpisce la presenza di numerose statuette rappresentanti una figura femminile dal basso ventre e dai fianchi esagerati, forse una “divinità madre” presente nello stesso periodo anche negli altri insediamenti neolitici europei, asiatici e africani. Interessante in tal senso l’insediamento neolitico di Çatalhöyük (Turchia) che invece conserva, oltre le statue della Dea Madre, anche delle abitazioni a più vani con alcuni di questi indicati da Walter Burkert come “santuari”, vista la presenza di pitture parietali, di banchi con corna di toro e di sepolture di ossa (sepolture secondarie). Secondo Burkert l’insieme di tali elementi testimoni la continuità con la Grande Madre micrasiatica con i suoi sacrifici del toro e la presenza di leopardi e leoni.

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Isola di Thera (Santorini), Grecia.

Francisco Villar, il più grande sostenitore sostiene della teoria secondo cui  il bacino del Mediterraneo fosse abitato da popoli non indoeuropei prima dell’arrivo degli Indoeuropei, afferma che gli Indoeuropei di stirpe greca, i Greci, siano entrati in Grecia durante l’età del Bronzo, probabilmente a partire dal XX secolo a.C. difatti i Greci erano consapevoli del fatto che la Grecia fosse stata abitata da altri popoli prima del loro e questi popoli erano indicati con diversi nomi: Pelasgi, Tirseni, Lelegi, Cari ed Eterocretesi; tutti popoli considerati dai Greci come “barbari”.

Si pensi, per esempio, alla civiltà minoica e ai suoi sistemi di scrittura: la lineare B, più recente, decifrata e ritenuta l’origine della lingua greca e la lineare A, più antica, non ancora decifrata perché non interpretabile ricorrendo al confronto con le lingue indoeuropee presenti sul territorio europeo. Sempre nella civiltà minoica, si pensi ai cosiddetti “palazzi”, per i quali è ancora incerta la vera funzione e che comunque è certo che fossero privi di difese, quindi che siano appartenuti ad un popolo che non si riteneva in pericolo, perché lui stesso era pacifico.

Ma vicino a questi popoli, nel corso della storia scritta, ve ne sono stati altri che si sono arroccati in città munite di difese, come la civiltà micenea, sviluppatasi quasi parallelamente all’ultima minoica, che, forse, ne ha causato la scomparsa con la distruzione del suo pacifico commercio, dell’agricoltura e dell’artigianato ed infine con la distruzione dei “palazzi”, mai ricostruiti. Come i Romani che si scrollarono di dosso la guida e il controllo degli Etruschi scacciandoli da Roma, per riprendere a vivere e a governarsi secondo i propri antichi costumi e finire per sottometterli fino a disperderli e a cancellarli dalla storia.

[FC]

Bibliografia:

Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venezia, Venexia, 2008; Le Dee viventi, Milano, Medusa Edizioni, 2005;

Cfr.Francisco Villar, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa. Lingua e storia, Bologna, Il Mulino, 1997;

Cfr. Martin Persson Nilsson, The Mycenaean Origin of Greek Mythology, Berkeley, University of California Press, 1932;

Moses I. Finley, La Grecia dalla preistorica all’età arcaica, Bari, Laterza, 1972.

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