La Scimmia Urlatrice

Io urlo, tu leggi!

Il Caravaggio : tra mito e realtà

Il Caravaggio :  tra mito e realtà

di Giusi Pecoraro

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio  (Milano, 29 settembre 1571-Porto Ercole, 18 luglio 1610), nell’ immaginario collettivo rimane il “pittore maledetto” per eccellenza e per la Storia dell’arte colui che ha rovesciato i canoni tradizionali della pittura classica. In un certo senso, il Caravaggio  ha anticipato di secoli la figura di una moderna rockstar: una   vita turbolenta  costellata di esuberanze e successi , così  carismatico  da diventare un esempio  per molti altri pittori  suoi contemporanei e una morte – in parte- ancora  avvolta nel mistero.  All’artista non interessava rappresentare il “bello”, ma il “vero”, ricercava le espressioni facciali quali reazioni all’odio o alla sofferenza,  realizzava le proprie  opere  senza alcun disegno preparatorio e spesso sceglieva i  modelli dalla strada  . Ammirato in vita,   dopo la  morte venne  presto dimenticato . Proprio il drammatico realismo dei suoi dipinti, per molto tempo,  sarà uno dei motivi per cui ne verrà screditata, dai  denigratori,  la memoria e il merito artistico  e occorrerà aspettare  la metà del XX secolo e  gli studi di Roberto Longhi che, finalmente,  lo rivaluteranno . Due  dipinti possono, più  di altri suoi lavori, riassumere il suo modo di  intendere la pittura:

La “Morte della Vergine” (1604, Museo del Louvre, Parigi)  commissionata per la cappella della famiglia Lelmi nella chiesa di S. Maria della Scala a Roma venne rifiutata perché non  rispettava i canoni tradizionali della pittura sacra. In effetti, la morte della  Vergine è rappresentata molto umanamente( si narra che il pittore avesse preso  come modella una meretrice  trovata morta vicino ad un fiume ):  gonfia, il braccio abbandonato e reso inerme dal decesso ed anche l’espressione del viso  è resa con verosimiglianza terrena  e non beatificata dalla santità e, soprattutto, scandalizzarono i piedi lasciati nudi sino alle caviglie. Il tutto si svolge all’interno di un ambiente povero e il grande drappo rosso, in alto, ci riporta visivamente  alla veste dello stesso colore  indossata dalla Madonna . La luce, protagonista di tutti i lavori del  Caravaggio,   disegna alla perfezione il volume  dei corpi,  la commozione dell’evento e il dolore senza consolazione dei presenti.  “Giuditta e Oloferne” (1599, Roma, Galleria Nazionale di arte antica)  venne realizzata su commissione del banchiere Ottavio Costa. La scena raffigura Giuditta, vedova ebrea, nel momento più tragico , ovvero  mentre mozza la testa ad    Oloferne, condottiero assiro , nel tentativo di salvare il proprio popolo dalla dominazione straniera. La donna (per riprodurre il viso di Giuditta,  il Caravaggio scelse la cortigiana Fillide Melandroni  che poserà anche per altre  opere del pittore) recide con decisione il capo all’uomo e se gli spasmi muscolari   e la bocca aperta , nell’atto di emettere un urlo,  fanno pensare che sia ancora vivo,  gli occhi vitrei  e rivolti all’indietro  già rivelano l’avvenuta morte. Allo stesso tempo, il viso corrucciato di Giuditta  manifesta  turbamento, quasi raccapriccio per il terribile compito svolto,  mentre una vecchia serva, dai tratti fisionomici alquanto calcati,  assiste imperturbabile e la sua immagine contrasta con la giovinezza e la bellezza della donna. La crudezza della rappresentazione,  descritta fin  nei minimi particolari, ha fatto ipotizzare che l’opera sia stata realizzata sotto l’impressione derivata dalla vicenda di Beatrice Cenci che ,nel 1598, venne accusata di parricidio , assieme  alla matrigna ed ai fratelli e non è difficile immaginare  che il Caravaggio abbia assistito  alla decollazione   delle due donne avvenuta nel 1599 in Castel Sant’Angelo.

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This entry was posted on September 18, 2015 by in Arte and tagged , , , , , , .
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