La Scimmia Urlatrice

Io urlo, tu leggi!

Joan Miró: Il carnevale di Arlecchino (1924-1925)

«L’ho dipinto nello studio di Rue Blomet. I miei amici d’allora erano i surrealisti. Ho cercato di plasmarvi le allucinazioni provocate dalla fame che soffrivo. Non dipingevo ciò che vedevo nei sogni, come sostenevano in quell’epoca Breton e i suoi, ma era la fame che mi provocava una specie di trance simile a quella che sperimentano gli orientali».

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Queste erano le parole con cui Miró descriveva sia il suo stato mentale che finanziario quando, tra il 1924-1925, dipingeva Il carnevale di Arlecchino. Tale opera, è giusto ricordarlo, fu contemporanea alla pubblicazione del primo manifesto surrealista di André Breton. Infatti nel 1924 Miró conosce il Breton e i poeti Aragon e Eluard, aderendo così alla corrente surrealista.

Nel caso de Il carnevale di Arlecchino la realtà, non più presa a modello, diviene il punto di partenza che la libertà inventiva trasforma in qualcosa di diverso, in un sistema di segni. Anche se il suo marchio rimane distinguibile, è l’immaginario che prende il sopravvento, anche se imbrigliato in una rete geometrica. Ma non è il sogno l’ispiratore dell’opera, ma uno stato particolare di allucinazione della mente di Miró.

La composizione viene fornita da una stanza (l’atelier di Miró in rue Blomet a Parigi) in cui figurette fantastiche, in parte con forme animali, in parte con forme geometriche, sembrano danzare e muoversi al ritmo dei suoni emessi da una piccola chitarra.  Volatili, pesci, rettili, insetti e stelle comete animano giocosamente la composizione.  Dalla finestra un triangolo nero simboleggia la Tour Eiffel; un cerchio verde posto su un tavolo che viene trafitto da una freccia sottile, sta a indicare un mappamondo; una scala enigmatica rappresenta l’evasione dalla realtà e, contemporaneamente, l’elevazione spirituale.

Si può notare che tutto ciò che è raffigurato è riconoscibile, anche se trasfigurato, e tutto è rapportabile ad un oggetto esistente o ad una entità geometrica di cui ognuno di noi ha avuto o può avere esperienza nella vita reale.

I colori vivaci e gioiosi e le forme affettuose di esserini benigni, evocano «il lato magico delle cose», come lo stesso Miró suggeriva.

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This entry was posted on July 4, 2015 by in Arte and tagged , , , , , , .
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