La Scimmia Urlatrice

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Il contagio e la storia

Così le grandi epidemie di morte hanno scritto il libro della vita. Se ne parla a Bologna

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La «mortifera pestilenza» raccontata da Boccaccio nel Decameron colpisce Firenze nel 1348, per malefici influssi celesti o per castigo divino. Affligge uomini e donne con gonfiori che crescono fino a diventare grossi come una mela o come un uovo, lasciando sulla pelle macchie nere e livide. Certissimi indizi di futura morte, scrive il poeta. «A cura delle quali infermità né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse». Molti secoli dopo Richard Preston scolpisce l’immaginario collettivo su ebola in Area di contagio, descrivendo così un uomo infetto che rigurgita sangue. «Ha sulle labbra qualcosa di viscido e rosso, punteggiato di macchioline nere, come se avesse masticato grani di caffè. Ha gli occhi color rubino e il suo viso è un ammasso inespressivo di ematomi». Tutta la testa va assumendo una colorazione bluastra, «sembra quasi che la faccia stia per distaccarsi dal cranio». Orrore puro, anche a scapito della precisione scientifica. Le storie sulle malattie infettive sono nate, probabilmente, insieme all’uomo, perché le epidemie hanno scandito, plasmato, stravolto la nostra storia. Se ne parlerà alla prima edizione di Bologna Medicina, la festa delle scienze mediche organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio con il concorso di Genus Bononiae.

Quattro giorni di incontri e dibattiti, dal 7 al 10 maggio, che toccheranno tutti i temi caldi della ricerca e un classico intramontabile: le grandi epidemie appunto. La peste propriamente detta, quella causata dal batterio Yersinia pestis, ha causato in tutto tre pandemie, come racconterà lo storico Gilberto Corbellini. Ma lo stesso nome, che vuol dire rovina o flagello, viene usato per evocare altre malattie incontrollabili. L’Aids è stato chiamato la «peste del 2000», e lo stigma legato alla definizione non è piaciuto ai sieropositivi. Di Hiv e delle altre epidemie degli anni recenti, ma anche dei patogeni emergenti che minacciano il futuro, parlerà l’infettivologo Pierluigi Viale. Allo storico Giuseppe Battelli il compito di raccontare la grandi malattie attraverso la lente della letteratura e dell’arte. Lucrezio ha descritto la peste di Atene del V secolo a. C. nel De Rerum Natura. Manzoni la Milano appestata del 1630 nei Promessi sposi. Mary Shelley non ha inventato solo l’archetipo dello scienziato pazzo con Frankenstein; il suo Ultimo uomo può essere considerato il primo thriller pandemico. Un genere fortunato che ci ha inchiodato alle sedie con virus piovuti dallo spazio (Michael Crichton, Andromeda) e armi batteriologiche sfuggite al controllo (Stephen King, L’ombra dello scorpione). Le pestilenze sono un morbo del corpo e dell’anima, è così che sono diventate metafore. Albert Camus ha scritto della peste in Algeria per parlare del totalitarismo.

L’epidemia di Cecità di José Saramago racconta un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere le cose. La peste dell’insonnia di Gabriel  (Cent’anni di solitudine) cancella la memoria e genera il caos. La peste uccide, scardina la società, travolge le leggi scritte e non scritte su cui si basano le relazioni tra gli uomini. L’allegoria più spettacolare e spaventosa l’ha dipinta nel 1562 Pieter Bruegel il Vecchio. È il Trionfo della Morte, con le sue legioni di scheletri che trascinano i peccatori all’inferno. Bare, cadaveri, esecuzioni, mostruosità di ogni genere. Le peste è imparziale e non risparmia nessuno. Il suo bacillo ha tenuto l’Europa in pugno dal XIV al XVII secolo e molti grandi maestri ne hanno visto gli effetti. Forse Tiziano ne è morto. Tintoretto ha dipinto San Rocco che risana gli appestati. Van Dyck ha rappresentato Santa Rosalia che intercede per la fine del contagio a Palermo. L’arte dei secoli della peste rappresenta, accanto alla morte, la gloria della vita. Le malattie falcidiano ma l’umanità è resiliente. Sulle ceneri del Medioevo, in fondo, è fiorito il Rinascimento.

L’appuntamento
Dal 7 al 10 maggio a Bologna, il Festival della Scienza Medica. La Lunga Vita, promosso da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e Genus Bononiae, partner Intesa Sanpaolo e Carisbo. Quattro giorni di incontri, conferenze, dibattiti per discutere del futuro della salute. Il comitato scientifico è composto da Fabio Roversi Monaco (presidente), Luigi Bolondi, Giorgio Cantelli Forti, Lucio Cocco, Gilberto Corbellini, Pino Donghi – Editor, Armando Massarenti, Sergio Stefoni. La rassegna indagherà le frontiere della ricerca più avanzata, dalla medicina preventiva a quella rigenerativa, dalle terapie del dolore alle nuove tecnologie, come l’«imaging» e la telemedicina. Ma si guarderà anche alla storia delle grandi epidemie, all’evoluzione della professione medica nell’ultimo secolo, alla letteratura e all’antropologia. Per informazioni: bolognamedicina.it. Il festival è su facebook: facebook.com/BolognaMedicina2015 – twitter: https//twitter.com/BolognaMedicina

Fonte: www.corriere.it

Autore:

Anna Meldolesi

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