La Scimmia Urlatrice

Io urlo, tu leggi!

Edvard Munch: Il grido

Edvard Munch: Il grido (1893)

Il grido, Munch

Il grido di Edvard Munch (1983. Olio, tempera e pastelli su cartone, 91 x 73,5 cm. Oslo, Nasjonalgalleriet. Trafugato il 22 agosto 2004)

Il grido di Edvard Munch (1893. Olio, tempera e pastelli su cartone, 91 x 73,5 cm. Oslo, Nasjonalgalleriet. Trafugato il 22 agosto 2004), conosciuto anche come L’urlo, è senza dubbio una delle opere più conosciute dell’artista e una delle opere dove il suo simbolismo viene mostrato in tutta la sua maturità.

Il senso intimo del dipinto lo troviamo descritto in una delle pagine del suo diario:

«Camminavo lungo la strada con due amici –quando il sole tramontò –sul fiordo neroazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco –i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura –e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura».

L’immagine narrata è fortemente autobiografica e ricca di riferimenti simbolici.  L’uomo che si trova in primo piano esprime, nella solitudine della sua individualità, il dramma dell’umanità intera. Il ponte, che attraverso il suo taglio trasversale finisce in un punto indefinito, rimanda ai mille ostacoli che ognuno di noi deve affrontare durante il percorso della propria vita, mentre i suoi amici continuano a camminare disinvolti nel secondo piano dell’immagine, rappresentano con cruda disillusione la falsità dei rapporti umani.

Tuttavia, come accade spesso in Munch, la narrazione simbolica non è mai scollegata dalla forma: la forma in questo caso perde qualsiasi residuo naturalistico diventando preda delle angosce più profonde dell’artista. La figura principale, che emette il terribile urlo, diviene perciò un essere serpentinato, quasi senza scheletro, fatto della stessa materia con cui sono realizzati il cielo infuocato e mare oleoso. La sua testa viene dipinta come un cranio repellente, senza capelli, come quella di un sopravvissuto ad una catastrofe atomica. Le sue narici sono mostruosamente ridotte a due fori, gli occhi sbarrati sembrano aver visto un abominio immondo, le labbra nere rimandano alla putrescenza dei cadaveri. Il grido che fuoriesce da quella bocca è il grido di chi si è perso dentro se stesso e si sente in completa solitudine, inutile e disperato tra gli altri.

Il dipinto, che suscitò enorme scalpore, faceva parte di un’opera più complessa: una sorta di grande narrazione ciclica dal titolo di Fregio della vita (1893-1918), composta da numerose tele e divise in quattro grandi temi: Il risveglio dell’amore, L’amore che fiorisce e passa, Paura di vivere, La morte. Si può affermare quindi che il grido fa parte del terzo soggetto.

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This entry was posted on April 10, 2015 by in Arte and tagged , , , , , , .
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