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Mobile ed Immobile: L’alba della stanzialità

MOBILE IMMOBILE

MOBILE ED IMMOBILE: L’alba della stanzialità

Dal giorno in cui alcuni popoli scoprirono l’agricoltura e abbandonarono il nomadismo, la storia dell’umanità fu caratterizzata dai rapporti fra civiltà sedentarie e tribù nomadi. A volte i nomadi ebbero con le civiltà agricole pacifici scambi commerciali, culturali e persino matrimoniali; altre volte si scontrarono con loro per razziarne i raccolti; altre volte ancora le attaccarono in massa per impadronirsi dei loro territori e dominarle.

Per i nomadi tutto ciò che si trova sotto il cielo è patria della tribù, per i sedentari ognuno possiede il suo campo che considera una sua ricchezza fondamentale. Inoltre le tribù nomadi erano governate da un Consiglio di capifamiglia, tutti alla pari, mentre i sedentari erano sudditi di un re-dio o di un re-sacerdote con poteri assoluti.

Interessane la testimonianza di uno scriba sumero che descrisse il nomade con queste parole:

«Abitatore della tenda, colui che scava i tartufi ai piedi della montagna, che non piega mai il suo ginocchio, che mangia carne cruda, che non ha una casa in vita, che non verrà sepolto il giorno della morte.»

Probabilmente i nomadi, gente fiera e indipendente, non avevano un’opinione migliore dei loro rivali, “servi” di un re anche quando erano ricchi e potenti.

Il passaggio dal nomadismo alla sedentarietà, dalla caccia e raccolta dei frutti spontanei della terra alla modificazione dell’ambiente, attraverso l’agricoltura e l’allevamento di animali domestici, è da considerare come il principale avvenimento a cavallo tra il Paleolitico ed il Neolitico. Si suppone che nel Vicino Oriente attorno al X millennio a.C. uno degli elementi determinanti il passaggio dalla caccia-raccolta al domesticamento dei cereali sia stata la diminuzione della selvaggina nei bassipiani di questa regione. Tale mancanza degli animali fu, a quanto sembra, la conseguenza di due fattori combinati: l’eccessivo sfruttamento dei branchi di selvaggina per opera dei gruppi migratori, da un lato, e l’inaridimento progressivo del clima della regione dall’altro.

Per effetto di questi profondi mutamenti l’uomo iniziò a fermarsi sui suoi passi, scegliendo come dimora luoghi familiari vicini alle direttive carovaniere battute fino a poco prima. Il cambiamento non avvenne in modo radicale, ma graduale. Quando l’uomo iniziò a coltivare i campi e ad allevare gli animali, aumentò il cibo che aveva a disposizione. Non aveva più bisogno di spostarsi per procurasi da mangiare, anzi per poter coltivare i campi e sorvegliare i raccolti aveva bisogno di rimanere sul posto. L’uomo si fermò stabilmente in un luogo e nacquero i primi villaggi, cioè gruppi di case costruite una a fianco all’ altra come a Çatalhöyük (in Turchia).

In questi primordiali agglomerati la vita si svolgeva soprattutto all’aperto e le principali strutture che vi si trovavano erano: le case dove abitavano le varie famiglie; i forni usati per la cottura dell’argilla e dei metalli; i granai nei quali venivano conservate le riserve di cibo e di semi; luoghi di culto dove venivano espletate le funzioni religiose e politiche. L’uomo iniziò a specializzarsi sempre più nei lavori che svolgeva.

La struttura sociale delle prime società sedentarie era elementare, si trattava di famiglie riunite insieme, legate da rapporti di parentela: esse formavano una tribù. Ogni famiglia costituiva un clan e aveva un capo. In genere il capo era la persona più anziana del clan e prendeva le decisioni per tutta la famiglia. Le decisioni che riguardavano tutte le famiglie del villaggio venivano prese radunando insieme tutti i capi clan. Per poter vivere in gruppo l’uomo iniziò a darsi delle regole. Nascevano così dei gruppi di persone, chiamate comunità, che condividevano le stesse regole, le stesse abitudini, lo stesso linguaggio. Da qui la nascita della scrittura! come Codice di Hammurabi.

Nessuna civiltà divisa in classi o ceti contrapposti può essere nata in virtù dell’agricoltura e/o dell’allevamento. Il passaggio da un’economia di prelievo ad un’economia produttiva, mise in discussione equilibri consolidati da millenni. Quando si è voluto fare dell’agricoltura e dell’allevamento non semplicemente un modo diverso di sopravvivere, ma un motivo di ricchezza, una forma di potere, qui è avvenuto il passaggio dal comunismo primitivo alla società patriarcale e maschilista.

Il passaggio successivo fu quando l’allevamento divenne l’attività sostitutiva della caccia e venne gestito, quasi interamente, dagli uomini del gruppo: l’antico ordine delle società nomadi-matriarcali venne meno. L’impiego degli animali nei campi veniva gestito sempre dai maschi del gruppo, che, col tempo, divennero anche i maggiori curatori dei campi. Alle donne venne affidato esclusivamente il compito di badare alla prole e alla casa. La maggiore disponibilità di cibo, un riparo dalle intemperie e la sedentarietà resero possibile un innalzamento delle nascite. Quindi le donne poterono mettere al mondo più figli, in grado di sopravvivere alla nascita e ai primi anni di vita in numero superiore. Dunque il lavoro nei campi, non poté più essere portato avanti con costanza solo dalle donne. L’estromissione dalle attività produttive generò anche l’estromissione dalla gestione della comunità, e più in là dalla gestione del potere pubblico.

Si può pensare è che il passaggio dal nomadismo alla stanzialità deve per forza aver comportato una delimitazione del territorio. Infatti nel momento in cui una tribù sceglie la via della stanzialità e pratica l’agricoltura, non può tollerare che i propri campi coltivati vengano devastati dal passaggio di mandrie appartenenti ad altre tribù. Una popolazione stanziale può tollerare l’allevamento al proprio interno, ma nei limiti dei campi disponibili. Diversi miti documentano inevitabili conflitti di interesse come ad esempio quelli di Caino e Abele, Romolo e Remo ecc. Si trattava tuttavia di una delimitazione collettiva da parte di una tribù nei confronti di un’altra tribù. Tale cambiamento irreversibile doveva necessariamente portare, prima o poi, alla trasformazione del mondo arcadico primitivo in società antagonistica, divisa in classi contrapposte.

[FC]

bibliografia:

Braidotti Rosi, cur. Crispino A. M., Nuovi soggetti nomadi. Transizioni e identità postnazionaliste , 2002, Luca Sossella Editore;

Maffesoli Michel, Del nomadismo. Per una sociologia dell’erranza, 2000, Franco Angeli;

Tallarita Loredana, Verso un neonomadismo? Fenomeni migratori, fissità e mobilità nella società globalizzata, 2008, Social Books.

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