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Federico II: un precursore dello Stato moderno?

Federico II

Tra tutte le figure di spicco del periodo medievale, una delle più importanti è senza ombra di dubbio quella di Federico II. Nella ricostruzione dell’opera e della personalità di Federico II, curata dagli storici novecenteschi, un elemento comune, è stato considerare l’imperatore come precursore dello Stato moderno, espressione di uno spirito laico, estraneo ai modi di sentire la politica, la cultura e la vita tipici della mentalità medievale.

Il primo autorevole studioso che ha sottolineato tali elementi è stato E. Kantorowicz, che ha ricostruito l’opera dello svevo con una grande ricchezza di documentazioni: nella sua interpretazione Federico è un uomo geniale, «al di là del bene e del male», che grazie alla forza del suo ingegno riesce a creare uno Stato del tutto nuovo. Un originale svolgimento delle conclusioni di Kantorowicz può essere colto negli studi di G. Pepe. Questi era convinto un personaggio storico non è mai, nella storiografia a lui relativa, «quale fu veramente», ma lo rifà ogni storico a seconda della sua problematica. Il suo Federico, infatti, era il Federico “tiranno”. E, attraverso la sua storia, Pepe voleva spiegarsi la «ragion di stato» tirannica: egli coglieva nelle sue lotte l’avanzare della concezione, ignota alla società medievale, di uno Stato senza moralità e senza Chiesa; ed insieme il primo manifestarsi di un atteggiamento umano che poneva a fondamento delle scelte politiche non l’obbedienza ai valori della tradizione, ma l’autonomia della coscienza.

Tuttavia una correzione delle conclusioni di Pepe, fu apportata in epoca più recente da R. Morghen, che pur riconoscendo gli innegabili aspetti di novità della politica dello Svevo, ne sottolinea anche la continuità con la tradizione ed il pensiero medievale: Federico si trovava a cavallo tra due epoche e, mentre risente delle influenze dell’una, presagisce i nuovi atteggiamenti dell’altra. Nella politica fu astuto e violento, veramente volpe e leone, dissimulatore abilissimo del suo pensiero e pronto a rinnegare persone e idee, solo preoccupato del fine da raggiungere. Egli anticipò Cesare Borgia e fu, nello stesso tempo, il nipote del Barbarossa che combatteva per l’ideale della supremazia imperiale. Dai suoi antenati svevi ereditò gli ideali della politica imperiale, dai Normanni derivò in parte i sistemi del governo accentrato, dagli Arabi l’amore per la cultura e le abitudini orientali di una vita di sfarzo e di piacere. Tali elementi trovarono la sintesi nel suo spirito originale e potente. Federico cadde perché il suo programma andava al di là delle sue forze, né queste erano sufficienti a sostenere l’impero ormai in crisi. Se non avesse disperso le su energie e avesse circoscritto la sua azione, avrebbe potuto, forse, essere nel Mezzogiorno d’Italia il fondatore di una potente dinastia. Ma aveva ereditato dai suoi avi il compito della lotta contro la teocrazia, i comuni, la feudalità e gli infedeli. E mentre il Barbarossa era dovuto scendere a patti con il pontefice, i comuni e le feudalità, Federico aveva ripreso da solo la lotta contro tutti. Per trent’anni si logorò in una vana opera di ricostruzione politica che, ormai, era in una crisi avanzata. Ma ai popoli che uscivano da Medioevo lasciava la tradizione di un’organizzazione statale che preludeva alle forme sello Stato moderno.

Di segno opposto, invece, il giudizio di D. Abulafia che considera l’opera dell’imperatore tutta dentro allo spirito del Medioevo, e vede la sua politica fondamentalmente come una politica dinastica, in nome della quale egli tentò con la Chiesa una serie di compromessi: nessuna novità quindi, ma , a suo dire, una completa adesione allo spirito del suo tempo.

Parte del fascino che Federico ha sempre esercitato sui posteri risiede nella personalità che, per così dire, gli è stata cucita addosso: un razionalista, un “libero pensatore”, un pioniere educato nel tollerante contesto della Sicilia semi-musulmana, un amico di Ebrei e Saraceni. Dimostrò una straordinaria indulgenza, ma non certo secondo i criteri moderni di ugual trattamento dinanzi alla legge, degli individui di ogni fazione religiosa.

Le critiche che in qualità di cristiano mosse all’assolutismo papale, che tanta sofferenza gli recò, erano condivise dai contemporanei, incluso il monaco Matteo di Parigi. Si trovò invischiato in una interminabile lotta con le rivendicazioni di primato temporale della Chiesa romana: purtroppo non seppe contrastare con la dovuta energia il primato morale che il papato si attribuiva nell’universo cristiano.

L’interesse della parabola di Federico sta nei suoi avversari non meno che in lui stesso, nei pontefici che si mostrarono più determinati a distruggere la sua potenza di quanto egli fu mai ad abbattere la loro. E’ la tragedia, a tutti gli effetti, di un uomo costretto dai suoi denigratori ad agire in propria difesa, disilluso sul piano degli ideali, vittima di una duplice eredità dinastica. Eppure fra i suoi ideali più alti vi fu la conservazione di quella eredità, non soltanto per accrescere il proprio potere ma per trasferire integri a chi era destinato a succedergli i titoli, le terre e i privilegi di cui Dio stesso lo aveva investito. Non fu siciliano, né un tedesco, né una mescolanza di teutonico e latino, ancor meno un quasi-musulmano: fu uno Hohenstaufen e un Altavilla.

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