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[Storia] La Repubblica Romana (1848-49): Una storia di eroi italiani

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La storia della Repubblica romana è sicuramente legata agli avvenimenti che si verificarono in Europa tra il 1848 e il 1851, cioè alla prospettiva di una rivoluzione di dimensione europea che appare come una crisi di assestamento della nuova società sorta nel corso di un travaglio quasi secolare.

Dopo il fallimento della rivolta in Francia del ’48 e la stipula dell’Armistizio di Salasco (9 agosto ’48) da pare del re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia con gli austriaci, le speranze di un’Indipendenza italiane erano ridotte ai minimi termini. Tuttavia le cose dovevano cambiare il 15 novembre del 1848, quando il primo ministro dello Stato pontificio, Pellegrino Rossi (1787-1848), uomo politico di centro, troppo reazionario per i liberali e troppo liberale per i reazionari, venne assassinato. Pio IX, il papa di allora, preferì abbandonare una capitale (24 novembre) in preda ai disordini provocati dall’antico rancore popolare contro il malgoverno dei cardinali, lasciando che gli insorti proclamassero la Repubblica romana.

La repubblica rilanciò la rivoluzione in Italia, mentre in tutta Europa declinava. Il 9 febbraio successivo una Costituente dichiarò decaduto il potere temporale dei pai, proclamò la repubblica e affidò i pieni poteri ad un triumvirato formato da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. La notizia degli avvenimenti romani fece precipitare la situazione anche a Firenze, tanto da indurre il Granduca di toscana, Leopoldo II, ad abbandonare la città e a riparare a Gaeta insieme a Papa Pio IX, mentre si costituiva un altro triumvirato composto da Francesco Domenico Guerrazzi, Giuseppe Montanelli e Giuseppe Mazzoni.

Ma con la sconfitta del Piemonte a Novara (fine della Prima Guerra d’Indipendenza) e la seguente abdicazione di   Carlo Alberto in favore di suo figlio Vittorio Emanuele, la situazione per i democratici italiani si fece insostenibile. In Toscana i moderati, con l’aiuto delle masse contadine e del clero, rovesciarono il triumvirato e prepararono il ritorno del granduca.

Nello stesso tempo, contro lo “scandalo” di Roma repubblicana, si mossero le cancellerie degli Stati cattolici: Vienna, Napoli, Madrid e Parigi. Il più zelante fu il presidente della Repubblica francese, Luigi Napoleone. Egli inviò contro la Repubblica romana un corpo di truppe al comando del generale Victor Oudinot, mentre le forze asburgiche provvedevano ad occupare Bologna ed Ancona e quelle borboniche avanzavano su Roma da sud: una sproporzione di forze tale da rendere illusorio ogni tentativo di resistenza.

Tuttavia, la Repubblica romana si dispose alla lotta, confortata dal largo consenso popolare e dall’appoggio dei democratici e dei repubblicani accorsi da tutta l’Italia. Erano genovesi come Goffredo Mameli, lombardi come Giacomo Medici, Luciano Manara, Erico ed Emilio Dandolo, Emilio Morosini, napoletani come Carlo Pisacane. Li comandava Giuseppe Garibaldi, a cui i triumviri affidarono la difesa della città: poche migliaia di uomini, che pure riportarono vari successi negli scontri con i francesi e coi borbonici, distinguendosi nella difesa delle ville patrizie trasformate in fortilizi (Villa Pamphili, Villa Corsini, il Vascello).

La loro abnegazione, tuttavia, poté solo ritardare le sorti della Repubblica. Nella sua breve esistenza essa non rinunziò ad attuare quei principi di “democrazia pura” che i costituenti elaborarono nel corso dell’assedio: il suffragio universale, la laicità dello Stato nel rispetto di tutte le religioni, la libertà d’insegnamento.

Mentre i francesi, dopo l’imposizione della resa, procedevano all’occupazione dei quartieri settentrionali della città, la Costituente, rimasta al proprio posto, votò il 3 luglio, a sfida dei suoi nemici, la Costituzione romana, la più avanzata in senso democratico di tutte le costituzioni del Risorgimento.

Negli ultimi giorni della lotta Mazzini lanciò ai romani un proclama che si concludeva con un atto di fede: «La vostra assemblea non è spenta, è dispersa, I vostri triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere […] il momento opportuno per riconvocarla».

Si parlava di Costituzione sopra. Essa, nello specifico, si ispirava alla tradizione democratica formatasi durante la Rivoluzione francese. Infatti essa in qualche punto viene ad assumere toni giacobini, mentre in altri, assume toni mazziniani.

La Costituzione romana è composta da otto principi fondamentali e di sessantanove articoli. I primi due principi fissano il carattere democratico della Repubblica e i concetti di sovranità popolare, di eguaglianza, di libertà e fraternità. Il terzo principio stabilisce un generico impegno programmatico di carattere sociale: «La repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini». Il Filopanti (scrittore e patriota, membro dell’Assemblea Costituente) aveva proposto di aggiungere un ulteriore principio, socialmente più impegnativo: «La Repubblica deve, secondo i limiti dei suoi mezzi, assicurare la sussistenza dei suoi cittadini necessitosi procurando il lavoro a quelli a coloro che non hanno altro modo di procacciarsene, e fornendo sussidi a coloro che non possono averne dalla loro famiglia e che sono impotenti al lavoro». Ma questo principio, criticato da tutti e bollato come socialista, non fu neanche discusso. Il quarto principio, di ispirazione mazziniana, afferma: «La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana». Il quinto e il sesto stabiliscono rispettivamente l’autonomia dei municipi e il criterio degli interessi locali per la ripartizione territoriale dello Stato. Il settimo principio stabilisce la libertà religiosa: «Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici». Esso era preceduto da un comma che stabiliva: «La religione cattolica è la religione dello Stato».  Ma dopo una vivace discussione, fu ridotto soltanto alla seconda parte. La Costituzione romana fu quindi l’unica fra tutte quelle italiane del 1848-49 a non dichiarare la religione cattolica come religione di Stato. Infine l’ottavo principio stabilisce che: «Il Capo della Chiesa cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale».

I primi quattordici articoli della Costituzione vera e propria sui diritti e doveri dei cittadini, offrono un insieme di norme tutelatrici della libertà assai più ampio e più preciso di quello delle altre costituzioni del ’48. Gli altri articoli, sull’ordinamento dello Stato, stabiliscono una sola Assemblea eletta per tre anni con suffragio universale diretto, ma con un voto pubblico (caratteristica residua della concezione giacobina) e un Consolato di tre membri eletto dall’Assemblea a maggioranza di due-terzi, ai quali è attribuito il potere esecutivo. Ai consoli spetta la nomina dei ministri; non viene fatta distinzione tra la responsabilità ministeriale e quella consolare: in sostanza la Costituzione tende a perpetuare il sistema adottato dalla Costituente del ’49. All’assemblea spetta la nomina dei generali su proposta del Consolato. Della Guardia nazionale fanno parte tutti i cittadini; i gradi sono conferiti per elezione; l’esercito invece è formato con arruolamento volontario. [G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. III, Feltrinelli, Milano, 1960]

Queste le caratteristiche principali della Costituzione, che in pratica non poté funzionare, ma che fu, soprattutto per i principi fondamentali e per gli articoli sui diritti-doveri, la più avanzata di tutte le costituzioni italiane del risorgimento.

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