La Scimmia Urlatrice

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I Pilastri dell’Islam

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I Pilastri dell’Islàm

 


 

Intorno al VII secolo si assiste nella penisola araba all’ascesa di un nuovo gruppo dominante composto per la maggior parte da Arabi originari dell’ovest dell’Arabia e perlopiù della Mecca. Prima della fine del VII secolo questo gruppo dominante, identificava il proprio ordine con una rivelazione che Dio aveva fatto discendere su Muhammad (Maometto), un cittadino della Mecca, sotto forma di libro santo, il Qur’an (Corano): una rivelazione che completava quelle precedenti fornite dai profeti o messaggeri di Dio.

Ciò segnava la nascita di una nuova religione, distinta dal Giudaismo e dal Cristianesimo: l’Islàm. Proprio Maometto cominciò a comunicare a quanti si univano a lui, una serie di messaggi che considerava rivelati a lui da un angelo di Dio. Il mondo sarebbe finito; Dio onnipotente, che aveva creato tutti gli esseri umani, li avrebbe giudicati; le delizie del Cielo e le pene dell’Inferno venivano descritte a tinte vivaci. Se nel corso della loro vita si fossero sottomessi al volere di Dio, avrebbero potuto contare sulla Sua pietà al momento del giudizio. Proprio al volere di Dio avrebbero dovuto mostrare la propria gratitudine pregando con regolarità o osservando altri precetti, oltre che facendo il bene e ponendo dei limiti all’attività sessuale.

Dio era chiamato Allah. Coloro che si sottomettevano ( in arabo ‘aslama) al suo volere finirono per chiamarsi muslim ( Musulmani); il nome della loro religione, Islàm, proviene dalla stessa radice (significa “consegnarsi completamente, rendere piena la propria resa, sottomettere tutto sé stesso“, nel caso specifico al volere divino).

Il Corano non contiene al suo interno, se non implicitamente, un sistema dottrinale, ma dice agli uomini ciò che Dio vuole che essi facciano. Le riflessioni sul Corano produssero ben presto un consenso generale attorno a certi obblighi fondamentali dei Musulmani, i cosiddetti «Pilastri dell’Islàm» che, nonostante la presenza di svariate comunità, crearono un legame comune.

Coloro che accettavano l’Islàm, andavano a costituire una comunità (umma). Seguendo i comandamenti di Dio, gli uomini e le donne non solo creavano un giusto rapporto con Dio, ma anche tra di loro. Come disse il Profeta nel suo “pellegrinaggio d’addio”: «Sappiate che ogni musulmano è fratello di un altro musulmano, e che i musulmani sono fratelli». Certi atti o riti svolgevano un ruolo importante nel mantenere questo senso di appartenenza ad una comunità. Essi erano obbligatori per tutti i Musulmani in grado di osservarli, e crearono un legame non solo tra coloro che li praticavano, ma anche tra le generazioni successive a cui erano tramandati.

Il primo di questo “Pilastri” era la shahada, cioè la testimonianza che «non vi è Dio all’infuori di Dio, e Maometto è il profeta di Dio». Tale testimonianza è l’atto formale con il quale una persona diventava parte della comunità musulmana, e quindi veniva ripetuta quotidianamente nelle preghiere rituali. L’affermazione di questo credo fondamentale, andava ripetuto quotidianamente nella preghiera rituale (salat), il secondo dei “Pilastri”. Da principio tale preghiera andava ripetuta due volte al giorno; ma con il passare del tempo si finì per eseguirla cinque volte al giorno: all’alba, a mezzogiorno, a metà pomeriggio, dopo il tramonto, nela prima parte della notte. La preghiera veniva annunciata da una chiamata pubblica (adhan) fatta da un muezzin ( mu ‘addhin)  da un posto elevato. Una preghiera in particolare andava effettuata in pubblico: la preghiera del mezzogiorno del venerdì che veniva tenuta in una moschea di tipo particolare ( jami’), dotata di un pulpito (minbar).

Il terzo pilastro è in un certo senso un’estensione dell’atto di adorazione. Si tratta della zakat, la cessione di parte dei propri guadagni per certi scopi precisi: per i poveri, per i bisognosi, per un aiuto ai debitori, per la liberazione di schiavi, per il benessere dei viandanti. Il pagamento dello zakat  era obbligatorio per chi guadagnava oltre una certa cifra.

Vi erano altri due obblighi, non meno vincolanti, ma da adempiere con minor frequenza. Questi due pilastri erano il swam, o digiuno, da effettuarsi una volta all’anno, nel mese di Ramadan, e lo Hajj, o pellegrinaggio alla Mecca, da effettuarsi almeno una volta nella vita. Nel mese di Ramadan il mese durante il quale secondo la tradizione  era stato rivelato per la prima volta il Corano, tutti i Musulmani di età superiore ai dieci anni erano obbligati ad attenersi dal mangiare e dal bere, e dall’avere rapporti sessuali, dall’alba al tramonto. Era esentato chi era troppo debole fisicamente, i malati di mente, chi era impegnato in lavori gravosi o nella guerra, chi era in viaggio. Esso veniva considerato come un solenne atto di pentimento per i peccati, ed una negazione di sé per l’amore di Dio. La fine del Ramadan veniva poi celebrata come una delle due feste più importanti dell’anno liturgico, con giorni di festeggiamento, visite e doni (‘id al-fitr).

Almeno una volta nella vita, ogni Musulmano che fosse in grado di compiere il pellegrinaggio alla Mecca doveva effettuarlo. Poteva essere compiuto in qualsiasi momento dell’anno, ma per essere considerato veramente un pellegrino, bisognava andarci insieme ad altri Musulmani e in un momento particolare dell’anno: il mese di Dhu ‘l-Hijja. Secondo alcuni racconti risalenti al XII secolo, giunto alla Mecca il pellegrino entrava nell’area sacra, lo haram, dove vi si trovavano diversi edifici connessi ad eventi storici: il pozzo di Zaman (che si riteneva aperto dall’Angelo Gabriele per salvare Agar e suo figlio Ismaele); la pietra su cui si ritiene fosse impressa un’orma di Abramo; altri luoghi legati a imam dei diversi madhhab legali ( scuole coraniche).

Nel cuore dello haram vi era la Ka’ba, l’edificio quadrangolare che Maometto aveva purgato dagli idoli e reso il centro di devozione islamico, con la Pietra Nera incassata in una delle sue pareti. Il pellegrino faceva sette volte il giro della Ka’ba, toccando o baciando la pietra. L’ottavo giorno del mese usciva dalla città in direzione della collina di ‘Arafa per sostarvi qualche tempo. Poi sulla via del ritorno alla Mecca, a Mina, venivano effettuati altri due atti simbolici: il lancio di pietre contro una colonna simboleggiante il demonio, ed il sacrificio di un animale (introduceva l’atra grande festività popolare dell’anno, la Festa del sacrificio, ‘id al-adha).

Infine il senso di appartenenza alla comunità Musulmana si esprimeva anche nell’idea della difesa della stessa, e nell’estensione, ove possibile, del suo raggio d’azione. Il Jihad, la guerra contro coloro che minacciavano la comunità, veniva considerata come un obbligo di fatto equivalente ai “Pilastri”. Non si trattava di un obbligo individuale, ma la comunità era tenuta a fornire un numero sufficiente di combattenti.

Dopo la prima espansione islamica e i successivi contrattacchi occidentali, vi fu la tendenza a considerare il Jihad più in termini di difesa che di espansione.

Per Concludere, non tutti coloro che si dicevano Musulmani prendevano con lo stesso rigore questi obblighi. Vi erano diversi livelli di convinzione personale e quindi diversi gradi di osservanza. Nonostante ciò i “Pilastri” riuscirono (e tutt’ora vi riescono) ad amalgamare e a far sentire parte di una comunità le differenti realtà presenti nel popolo arabo.

[SF]

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This entry was posted on August 30, 2014 by in Religione, Storia and tagged , , , , .
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