La Scimmia Urlatrice

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L’inferno cristiano: una genealogia

Inferno cristiano

L’Inferno cristiano: una genealogia

 

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
[Divina Commedia, Inferno, Canto III]

L’idea dell’inferno è un carattere costante di ogni civiltà umana. Si può trovare nei testi più antichi dell’umanità ed è collegata con le prime concezioni religiose. Sua caratteristica fondamentale è quella di adattarsi facilmente ad ogni tipo di società. È possibile affermare, quindi, che l’idea dell’inferno è tanto antica quanto la coscienza degli uomini e che essa è strettamente legata alla condizione umana: è in definitiva una proiezione delle sue sofferenze, dei suoi odi, delle sue contraddizioni e della sua impotenza, così come, al contrario, il paradiso è una sublimazione delle sue speranze, delle sue gioie e del suo desiderio di felicità.

Fra tutte le concezioni di inferno, la più compiuta, la più sistematica, la più disperante –tanto da diventare un archetipo – è l’inferno cristiano. Esso è assoluta sofferenza, fa patire i cinque sensi insieme allo spirito attraverso il rimorso e la coscienza dell’eternità delle pene. Riservato ai dannati, esso è l’estrema conseguenza di una religione che intende rispettare la libertà umana: è la triste sorte di chi si allontana dal bene assoluto. Questa la sua forza e originalità.

L’inferno cristiano si sviluppa dapprima a livello popolare grazie alle apocalissi e agli scritti apocrifi che danno, per la prima volta, degli scenari immaginativi a tinte forti. Un successivo ripensamento compare tempo dopo con i Padri della Chiesa, anche se il modello elaborato si basa su dati eterogenei. Proprio per tali motivi, tra di loro, le divergenze saranno notevoli. Nell’alto Medioevo, invece, l’idea di inferno verrà rielaborata attraverso le concezioni dei monaci: daranno forma scritta ai numerosi racconti di viaggio fatti all’inferno, facendoli diventare simili ai libri delle rivelazioni. In particolare avranno il compito di elencare i peccati che conducono alla dannazione e le pene corrispondenti. Infine, tra XI-XIII secolo, saranno i teologi scolastici che daranno un ordine razionale al concetto di inferno, tentando di risolvere le contraddizioni insite al suo interno.

Il bisogno di sapere cosa avverrà dopo la morte, è un sentimento fortissimo nelle comunità cristiane, composte, all’epoca, da gente umile e rozza. A questi spesso si chiede, infatti, di sacrificare la loro vita terrena per godere della beatitudine celeste nell’aldilà. Per molti inoltre c’è la volontà di conoscere che cosa avverrà ai dannati, cioè coloro che si sono allontanati dalla vera fede. Tale volontà di conoscenza appare  legata ad una voglia di rivalsa del singolo: premio per chi ha sacrificato la sua vita; dannazione per chi ha goduto della felicità terrena. Tuttavia per ciò che riguarda le sofferenze dei dannati, le Sacre Scritture sono molto vaghe. Tali mancanze vengono colmate da numerosi scritti apocrifi di tono apocalittico.

Tra il II-IV secolo c’è una vera e propria diffusione di tali scritti, e vanno sempre più assumendo il ruolo di rivelazioni che chiariscono alcuni punti lasciati in sospeso dai Vangeli. Esempio di ciò è la Epistola apostolorum, scritta tra il 140-160 d.C., dove si narra la discesa del Cristo nel limbo e il suo battezzare i giusti e i profeti. Su questi temi ricordiamo anche il Protovangelo di Giacomo, (150 d.C.), il Vangelo di Nicodemo, il Vangelo di Bartolomeo e gli Atti di Pilato. Inoltre, all’interno di essi, sono presenti un insieme di elementi cristiani e greci: ad esempio insieme a Satana (Signore del luogo infernale), troviamo Ade, il quale si occupa materialmente dei morti. Tuttavia, per quanto riguarda le pene infernali, sono soprattutto i racconti di genere apocalittico che le spiegano. L’Apocalisse di Pietro (Alessandria d’Egitto, 125-150 circa) costituirà un modello utilizzato per tutto il medioevo:

[…] E vidi pure un altro luogo, che si trovava di fronte a quello, spaventosamente triste. Era un logo di castigo. Coloro che venivano puniti, e gli angeli che li castigavano , erano vestiti di nero come l’aria di quel posto. Alcuni erano appesi per la lingua: erano quelli che avevano bestemmiato la via della giustizia; e sotto c’era un fuoco che avvampava e li tormentava. C’era un gran lago pieno di fango che bruciava, e lì si trovavano certuni che avevano tralignato della giustizia; e sopra di loro stavano gli angeli col compito di tormentarli. E delle donne, ancora, erano appese per i capelli sopra quel fango incandescente: donne che si erano agghindate per commettere adulterio. Gli uomini che si erano congiunti con loro nello schifoso adulterio restavano appesi per i piedi, con la testa che cascava nel fango, e dicevano: «O Dio, è giusto il tuo giudizio». Proprio accanto, vidi un altro luogo rinchiuso, uno scolatoio al pus e al fetore di quanti erano puniti, dove si formava una specie di lagno. E lì stavano donne, immerse fino al collo in quella purulenza. Di fronte a loro stavano bambini in gran numero, nati innanzi tempo, che urlavano. Da questi uscivano getti di fiamme che colpivano gli occhi delle donne. Erano donne che avevano concepito fuori del matrimonio e ucciso i figli […].

Tale visione verrà ripresa e ampliata dall’Apocalisse di Paolo (240-250 d.C.), a cui lo stesso Dante farà riferimento. In essa Paolo, guidato da un angelo, assiste ai supplizi dei dannati (circa 144.000) e molti hanno origine orientale. Dal II secolo in poi l’Inferno verrà utilizzato come strumento pastorale per infondere terrore ai fedeli. La prima testimonianza è di san Giustino nel II secolo:

[…] Più ancora che in ogni altro, voi troverete in noi un aiuto e un alleato per la pace, giacché noi professiamo apertamente che nessuno può sfuggire a Dio: malvagio, avaro o perfido che sia, oppure onesto, ciascuno però secondo le sue opere, va incontro al castigo o alla salvezza eterna. Se tutti gli uomini sapessero questo, nessuno vorrebbe commettere il delitto di un momento, sapendo bene di incorrere nel supplizio eterno del fuoco, ma si conterrebbe in tutti i modi e andrebbe adorno di virtù, per ottenere i beni che Dio ha promesso ed evitare i castighi. [Apologia, 9]

L’inferno popolare si sviluppa in modo spontaneo e viene arricchito da elementi presi da altre religioni per andare a riempire le lacune della rivelazione e a dare una possibilità di rivalsa ai fedeli. In questo tipo di inferno troviamo infatti i concupiscenti, gli avari, i fornicatori, i golosi, gli ignavi, gli orgogliosi. Ma tutto questo potrebbe indurre a “sconfinamenti” dottrinali. Proprio per tali motivi i primi intellettuali cristiani, i Padri della Chiesa, intervennero per dare un assetto razionale all’argomento. Purtroppo non si giunse mai ad interpretazioni condivise.
Una prima elaborazione, con centro ad Alessandria, considera l’inferno come concetto simbolico e transitorio, poiché l’esistenza di un luogo di sofferenze reali ed eterne sarebbe in contrasto con la bontà divina. Ad esempio nel III secolo, Clemente d’Alessandria vede nel fuoco infernale una metafora: il rimorso dei dannati. Si tratterebbe di un fuoco spirituale che penetra l’anima. Tale teoria venne ripresa ed ampliata da Origene.

Nel IV secolo San Ambrogio e Didimo il cieco adottarono, anche loro, una posizione indulgente: solo chi abbandona la vera fede (apostati) e gli empi resteranno all’inferno per l’eternità. I cristiani saranno tutti salvati dalla fede e dal battesimo.

Tali idee saranno destinate a fallire poiché sarà fondamentale l’utilità pratica di un inferno reale ed eterno, che minaccia un supremo castigo per far restare i fedeli nella retta via.

La concezione definitiva dell’inferno cristiano, viene delineata da Sant’Agostino all’inizio del V secolo. Egli elabora un’idea di grande rigore: sono condannati all’inferno tutti i pagani, tutti i bambini morti senza battesimo, tutti i cristiani che si ostinano a peccare. Causa essenziale della sofferenza sarà il fuoco, un fuoco materiale che brucia il corpo e l’anima, senza consumarli. Al termine di questa fase si contrappongono due concezioni complementari dell’inferno: un di tipo popolare, che sarà arricchita dalle visioni monastiche, ed una intellettuale che sarà affinata dai teologi scolastici.

La concezione tradizionale dell’inferno cristiano è dovuta in gran parte all’ambiente monastico, dove la salvezza viene intesa in maniera restrittiva: il cielo è riservato a pochi virtuosi, e i più sono dannati. Inoltre, a causa della stessa natura della vita monastica, i monaci propendono in massa verso racconti di meraviglie e di superstizione. La tradizione dei racconti dei racconti dei viaggi all’inferno, in forma di visioni connesse alle cronache storiche, si conserva , appunto, nei monasteri. Un esempio di ciò è la Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum  (VIII sec.) di Beda il Venerabile. In essa sono contenute quattro visioni dell’inferno ed ogni storia ha un fine morale.
Le visioni monastiche aumentano nel XII secolo. Fra le più importanti quella di Alberico dei Settefrati (1130 circa). All’interno sono narrati supplizi atroci, appropriate alle colpe. In definitiva la maggior parte di questi racconti mira a fustigare un determinato difetto, e alcune svolgono anche una funzione politica: mettono all’inferno personaggi contro ci si oppone.

A differenza di questo, il più serio e più sobrio è l’inferno teologico: costruito razionalmente sulle Scritture, vi è grande influenza del diritto e della filosofia. Ciò è dovuto anche al fatto che i teologi che elaborano il concetto di inferno spesso sono dottori in diritto civile e canonico. Nel XIII secolo prende forma l’immagine di un giudizio universale sotto forma di grande processo; le pene hanno il carattere delle condanne pronunciate nei tribunali. Sempre nello stesso secolo viene stabilita la distinzione fra peccato veniale e peccato mortale, l’unico che comporta la dannazione. Da ciò deriva anche un rafforzamento della funzione di intercessione della Chiesa: essa detiene le chiavi di inferno e paradiso. Il tentativo più imponente di dare un assetto razionale all’inferno è stato fatto da Tommaso d’Aquino. Secondo il dotto, la sola ragione, sulla base delle Scritture, può farci conoscere la natura di quel luogo. Per l’aquinate i dannati patiranno due tormenti: uno spirituale, terribile, l’altro attraverso il fuoco creato da Dio per bruciare il corpo e l’anima. Le punizioni saranno riservate a chi muore in peccato mortale e dureranno per l’eternità.

Queste idee ispireranno una delle maggiori opere letterarie del Medioevo: la Divina Commedia di Dante Alighieri, composta tra il 1308 e il 1320. Anche se la visione infernale costituisce solo 1/3 dell’opera, essa è anche la più potente: una “visione dantesca” è in ogni caso una visione infernale. Dante riprende la tradizione del viaggio agli inferi e, con il suo genio, ne conferisce una dimensione ineguagliata. Riesce a fondere un immaginario spaventevole insieme ad un rigore intellettuale e logico, a una simbologia evocativa e a rigore dottrinale. Accanto alle visioni monastiche, un po’ pittoresche e incredibili, troviamo perciò un edificio intellettuale e coerente, a immagine della Summa Theologia  di Tommaso d’Aquino, da cui prende l’esigenza di classificare, suddividere, regolare.

Per concludere, la storia dell’inferno è la storia dell’uomo che si confronta con la propria esistenza. Come hanno intuito certi ingegni del passato (Dante ne è un esempio), l’uomo porta in sé, in potenza, le due sorti opposte. E’ quanto scriveva Milton nel XVII secolo, nel suo Paradise Lost:
“La mente è il suo primo luogo, e dentro di sé
Può fare dell’inferno il cielo, e del cielo un inferno”.

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This entry was posted on August 20, 2014 by in Religione and tagged , , , , , , , , , , , .
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