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[Storia]Il Conflitto arabo-israeliano: l’inizio di una tragedia

gaza

Ancora bombe su Gaza. Ancora vittime tra i civili, e all’orizzonte non si scorge una soluzione a breve termine ad un conflitto che dura, con alterne vicende, ormai da circa 66 anni. Ma come si è arrivati a tal punto? Cosa ha scatenato il conflitto? Come si è evoluta la vicenda? Ripercorrere gli eventi che hanno condotto alla guerra, può farci comprendere al meglio una delle questioni ancora irrisolte del Medio Oriente.

                Dopo il secondo conflitto mondiale si assiste alla costituzione in Palestina dello Stato ebraico di Israele e al conseguente risveglio del mondo arabo. Già al termine della Prima guerra mondiale, la Palestina fu affidata dalla Società delle Nazioni alla Gran Bretagna con mandato fiduciario in previsione dell’indipendenza. Ma in conformità alla Dichiarazione di Balfour, del 2 novembre 1917, il governo britannico aveva riconosciuto al movimento sionista, il diritto di creare una sede nazionale per il popolo ebraico. I nuovi immigrati organizzarono, nei territori ceduti dagli arabi, colonie collettivistiche caratterizzate da impianti di alto livello tecnologico (kibbuz), nonostante la forte opposizione araba.

                Il movimento sionista, già forte alla fine del XIX secolo, divenne incontenibile alla fine della Seconda guerra mondiale, quando gli Ebrei sopravvissuti al massacro nazista, sentirono l’esigenza di ricostruire nella “terra dei padri”, un “focolare nazionale” che accogliesse tutti i fratelli dispersi. Nel 1946 si ebbe il primo avvio alla formazione di uno stato ebraico. Nel progetto delle Nazioni Unite, questo avrebbe dovuto trovarsi accanto ad uno Stato arabo costituito da gruppi di religione musulmana che abitavano da secoli quelle stesse terre. La spartizione delle terre avanzata dall’ONU, fu respinta con decisione dagli Arabo-Palestinesi, che si prepararono alla lotta: da una parte un popolo che aveva subito le violenze dei campi di sterminio e che intendeva dar vita ad uno stato nazionale nella “Terra promessa”, dall’altra un popolo poverissimo e da sempre umiliato che intendeva opporsi ai nuovi stanziamenti con altrettante valide ragioni storiche ed umane. Due ragioni in contrasto, due diritti che hanno radici millenarie, poiché nessuno può ragionevolmente chiamare straniero in Palestina un arabo o un ebreo.

                Il 14 maggio 1948, poche ore prima della scadenza del mandato britannico sulla Palestina, gli Ebrei proclamarono la nascita dello Stato di Israele, riconoscendo pienezza di diritti solo ai cittadini di razza e religione ebraica. Ciò condusse all’abbandono di quelle terre da parte della maggioranza della popolazione indigena (circa un milione di Palestinesi raggiunse i campi profughi allestiti dagli Stati arabi confinanti). Gli esuli costituirono nel 1956, un movimento di liberazione della Palestina (Al-Fatah) con il fine di condurre azioni di guerriglia contro Israele e di collaborare con le forze armate degli Stati arabi scesi in guerra contro il nuovo stato ebraico. Nel 1969, Al-Fatah dette vita, insieme ad altri gruppi impegnati nella lotta, all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

                Sul conflitto arabo-israeliano pesò sicuramente la “guerra fredda” tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica e la divisione del mondo in blocchi contrapposti. Con Israele si schierarono gli USA e il mondo occidentale in genere, mentre l’Unione Sovietica sostenne il crescente nazionalismo arabo. Da ciò si comprende il perché il conflitto non si limitò al territorio palestinese, ma si estese andando a comprendere la maggior parte degli stati arabi del Medio Oriente e dell’Africa mediterranea: Egitto, Siria, Giordania, Iraq, Arabia Saudita, Libia, Algeria. Sicuramente ai motivi religiosi e nazionali, si aggiunsero anche motivi strategici (Israele costituisce ancora oggi l’accesso al Medio Oriente per gli interessi statunitensi) ed economici (il petrolio).

                Nel conflitto venne ad inserirsi l’Egitto di Nasser (1918-1970), che aspirava ad ottenere la leadership dei non allineati arabi. Nel 1952 Nasser, alla testa di un “Comitato di ufficiali liberi” aveva rovesciato il governo monarchico egiziano che, al tempo, era appoggiato dagli inglesi, ed avevo conquistato il potere. Animato da un forte sentimento nazionalista e religioso, si fece interprete delle speranze del suo popolo. Dopo aver nazionalizzato banche, industrie ed aver avviato una riforma agraria, Nasser  trasferì allo stato la Compagnia del Canale di Suez (1956). Con ciò intese assicurare al suo paese i ricchi proventi del traffico navale. Ma la risposta dell’Occidente non si fece attendere: dopo qualche tentativo pacifico, Londra e Parigi intervennero per liberare il Canale (ed assicurare gli investimenti degli azionisti). In questa lotta si inserì Israele che, grazie ad un fulmineo attacco nella zona del Sinai, travolse le difese egiziane. Il conflitto si risolse quasi subito: l’intervento dell’ONU, il monito dell’Unione Sovietica ed il mancato sostegno degli Stati Uniti, costrinse al ritiro le truppe di Francia e Inghilterra. Anche Israele fu costretto a cedere le posizioni occupate (Sinai e Gaza). L’esito del conflitto ebbe come conseguenza il rafforzamento della posizione di Nasser, che iniziò subito una politica di intesa con gli stati alleati arabi in funzione antioccidentale e antisraeliana. Nel contempo, il leader egiziano ottenne cospicui aiuti da parte di Mosca, che permisero di costruire la famosa Diga di Assuan.

                Nel 1967 il conflitto tra Egitto e lo stato israeliano si riaccese, andando a coinvolgere anche Siria e Giordania. Fu una guerra lampo (Guerra dei sei giorni).  Grazie agli aiuti americani, la macchina bellica israeliana riuscì a sconfiggere le forze egiziane e ad affacciarsi minacciosa sulle rive del Canale di Suez: fu una sconfitta bruciante per Nasser. In Giordania invece, riuscirono a conquistare tutto il territorio ad occidente del Mar Morto e del fiume Giordano: gli Ebrei ripresero non solo l’intera Gerusalemme (che nel 1948 era stata divisa in due), ma anche tutti i territori cari alla tradizione religiosa ebraica.

                Le ostilità ripresero nell’ottobre del 1973, per iniziativa egiziana e siriana, con un attacco a sorpresa (Guerra del Kippur) che mise in difficoltà l’esercito ebraico, ma che tuttavia riuscì a resistere. L’intervento, poi, della diplomazia americana, insieme a quella sovietica, avviò quel processo che portò, nel 1978, agli accordi di pace di Camp David.

                Tuttavia Israele ha sempre considerato inaccettabili le richieste degli Arabi che esigevano un ritiro delle loro truppe dai territori occupati nel 1967 e nel 1982, né la costituzione in Cisgiordania di uno Stato palestinese indipendente. Nel 1985 i gruppi moderati arabi avevano proposto una sorta di compromesso con Israele, che però suscitò l’opposizione della Siria e degli altri Stati arabi. A ciò si aggiunse, a partire dal dicembre 1987, la “protesta disarmata” (intifada, in arabo “sollevazione”) dei Palestinesi nei territori di Gaza e Cisgiordania, fatta oggetto di dure repressioni israeliane.

                Nonostante ciò si registrarono positivi progressi nella questione: il primo fu costituito dalla Conferenza nazionale dell’OLP riunita ad Algeri (12-15 novembre 1988), dove veniva proclamato lo Stato indipendente di Palestina, costituito dai territori di Gaza e Cisgiordania. La delibera, anche se puramente dimostrativa (i territori rimasero sotto il controllo israeliano), mise in moto la diplomazia internazionale: nel 1989 Arafat leader dell’OLP e “presidente dello Stato di Palestina”, riuscì a portare tale delibera davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite riunita a Ginevra.

                Nel 1992, con la vittoria elettorale in Israele del laburista Rabin, si venne incontro alle richieste palestinesi, aprendo dei negoziati in vista dell’abbandono della Striscia di Gaza e di Gerico. Anche gli USA accettarono gli accordi. Gerusalemme sarebbe stata la capitale sia della Palestina che di Israele e quindi nuovamente suddivisa in due parti.

                L’assassinio di Rabin nel 1995 da parte di un estremista della Destra israeliana, diede un duro colpo ai trattati. Queste comunque continuarono nonostante l’avvento, in Israele, di un ministero conservatore, guidato da Netanyahu (1996). Gli Accordi di Hebron del 1997, definiscono i modi e i tempi di ritiro delle truppe israeliane dall’80% dei territori contesi. L’atro 20% costituirà un’enclave per i coloni israeliani.

                Anche ciò non riuscirà a fermare le tensioni: lo Stato di Israele continua, ad oggi, la sua politica di insediamento nei territori palestinesi provocando tensioni con la popolazione araba. La tragedia che i servizi di informazione continuano a mostrarci non è altro che figlia degli eventi sin ora narrati. Ma sino a che interessi strategici, economici e politici (oltre che religiosi), continueranno a permanere, la strada verso una risoluzione pacifica del conflitto appare veramente difficile.

[SF]

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This entry was posted on August 13, 2014 by in Storia.
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