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Accadeva 225 anni fa: la Rivoluzione che sconvolse l’Europa

rivoluzione

Come di consueto in Francia in questi giorni fervono i preparativi per quella che è la festa nazionale più sentita: l’anniversario della presa della Bastiglia. Il 14 luglio è diventata una data simbolo per i francesi.  E proprio per sottolineare il loro attaccamento  ad essa, dal 1880 il 14 luglio è stato dichiarata festa nazionale. Ma questa data non fu importante solo per i francesi: tutta l’Europa verrà sconvolta dalla Rivoluzione e dalle sue immediate conseguenze. Ma come si arrivò alla Rivoluzione? Cosa spinse il popolo parigino a prendere le armi? E’ necessario dunque risalire sommariamente alle cause e agli eventi che condussero alla Rivoluzione.

La monarchia francese era una delle grandi potenze dell’Europa del Settecento. Anzi, sotto alcuni punti di vista era la principale potenza: da tempo (circa un millennio) aveva trovato il suo equilibrio politico ed istituzionale, ed aveva difeso i valori della cristianità occidentale. In Francia il potere spirituale della Chiesa cattolica aveva superato la prova delle guerre di religione (1562-1598), e viveva in armonia con il potere politico. Inoltre la monarchia era garantita da una perfetta legge successoria che non lasciava mai vuoti di potere.

La gerarchia sociale era fondata su un’aristocrazia antica e prestigiosa, capace di mantenere l’ordine e la centralità dello Stato si era costituita attraverso un lungo processo che aveva finito per limitare sia i contrasti sociali che quelli fra i vari interessi costituiti. Tuttavia tutta questa costruzione venne cancellata dalla più grande tempesta politica e sociale mai vista sino ad allora. Dunque la monarchia aveva gravi elementi di fragilità dei quali la maggior parte dei contemporanei non si rendeva conto. In particolare erano due: da una parte non era favorita l’ascesa sociale e quindi il naturale ricambio della classe dirigente; dall’altra non permetteva l’espressione dei vari punti di vista che naturalmente si creano in una società complessa in quanto tutto doveva essere ricondotto al principio unificatore del monarca. Il primo difetto era di natura sociale e riconducibile all’eredità medievale in quanto si esprimeva nel privilegio. Il secondo era di origine politica e più recente, poiché risaliva al tempo di Luigi XIII e a Richelieu: era l’assolutismo del re (al di sopra della legge stessa). Questi due aspetti si trovavano in equilibrio perché la società francese poteva resistere all’assolutismo grazie ai suoi privilegi, e l’assolutismo poteva imporre il silenzio alle parti grazie alla sua autorità. Il precario equilibrio doveva rompersi attorno alla questione fiscale: il clero non pagava le tassi, i nobili erano esonerati dall’imposizione diretta, mentre questa o quella provincia, questa o quella città  era stata affrancata dall’una o dall’altra delle numerose imposte. Ogni corpo sociale, ogni parte del paese aveva la propria precisa collocazione nei confronti del fisco. Tuttavia lo Stato sentiva il bisogno di far pagare le tasse a tutti, perché le entrate tradizionali non erano più sufficienti. Quindi per farle pagare a tutti era necessario stabilire il principio di uguaglianza innanzi alla legge, e quindi abolire la gerarchia dei privilegi: lo stato in questo modo andava a invadere la sfera privata dell’individuo divenendo “dispotico”. In risposta a ciò, la società privilegiata opponeva resistenza al “despota”.  Diversamente dal passato, verso la fine del Settecento, è possibile incontrare alcuni elementi di novità. Circolava molta più ricchezza, e quindi sia i cosiddetti borghesi che i nobili erano pronti ad investire: i ricchi si arricchivano, ma l’ascesa sociale era estremamente difficile. Inoltre circolavano molte più persone, specialmente alla ricerca di un impiego, dalla campagna alla città. Ma tutta questa mobilità non riusciva a far uscire la gente dalla miseria che in questo modo perdeva i propri punti di riferimento e le proprie certezze: in questo modo cambiava la mentalità e si mettevano in discussione la sacralità del re, la religiosità e i diritti feudali. Infine circolava molta più cultura: molte più persone leggevano la stampa periodica e libri anticonformisti o addirittura proibiti. Tutto ciò contribuì alla nascita di importanti idee di riforma, non solo fiscali, che riguardavano anche l’assetto complessivo del regno. Si proponeva di introdurre la libertà di mercato, di creare assemblee elettive per controllare la spesa pubblica. In una parola si chiedeva una costituzione. Ma contro questi progetti, si ergevano i “parlamenti”, che non erano istituzioni politiche, ma dei grandi tribunali che controllavano la legalità. In più questi tribunali erano formati da magistrati che erano proprietari della loro carica, come ad es. i notai, e non potevano né essere licenziati o messi a tacere. I giudici dei “parlamenti” erano in definitiva il supremo baluardo della società privilegiata contro la politica dispotica, andando a costituire il più duro ostacolo politico e istituzionale alla modernizzazione.

Per imporre nuove tasse la monarchia doveva concordarle con l’antica istituzione degli Stati Generali che, dal 1614, non erano più stati consultati. Il ministro Loménie de Brienne (1727-94), attuò nel maggio 1788 una riforma radicale che fu accusata di essere un colpo di stato: sciolse i parlamenti e li sostituì con una corte di nomina regia. Con un colpo violò così due diritti detenuti dai magistrati: quello di proprietà, poiché essi erano detentori della loro carica, e il diritto di rappresentanza nazionale che si erano abusivamente arrogati. In varie città scoppiarono incidenti, e l’opposizione si organizzò intorno alla richiesta della convocazione degli Stati Generali: una richiesta rivoluzionaria perché l’intero paese doveva esprimersi sui problemi della nazione, ma allo stesso tempo conservatrice perché si rifaceva ad una istituzione antichissima. Il governo fu travolto così dai giudici, conservatori e dall’opinione pubblica. Brienne venne così sostituito da Necker, un grande banchiere, che dovette convocare gli Stati Generali. Ma vi fu subito un grave problema procedurale: durante l’Antico Regime ogni camera (clero, nobiltà, terzo stato) discuteva separatamente, e ogni problema doveva essere discusso e approvato da ciascuna di loro. Appare chiaro che i privilegiati, dominando due camere su tre avrebbero avuto una facile maggioranza. Perciò l’opinione pubblica chiese e ottenne il “raddoppio” del terzo stato, cioè i rappresentanti del terzo stato sarebbero stati il doppio di quelli di ciascuna delle altre camere. Nella primavera del 1789 si riunirono a Versailles più di mille deputati, rappresentanti i tre ordini. Il terzo stato chiese con vigore che l’assemblea generale si trasformasse, da organo tricamerale, a istituto monocamerale, ma re Luigi XVI, che appoggiava i privilegiati, respinse la richiesta ed ordinò di procedere a camere separate. Ma il terzo stato non ubbidì e, trovando chiusa la sala destinata alle riunioni, i suoi deputati si riunirono in una palestra e giurarono di non separarsi più fino a che non avessero dato una costituzione alla Francia. È il famoso giuramento della Pallacorda, 20 giugno 1789, passo fondamentale verso la rivoluzione. Lentamente il basso clero e i nobili liberali si unirono al terzo stato, trasformando gli Stati Generali in Assemblea Nazionale Costituente. Tuttavia il re non tollerò la sconfitta e, nuovamente, prese la strada del colpo di stato: fece circondare la capitale Parigi dall’esercito e licenziò il governo Necker.

Fra la popolazione si diffuse la paura. Parigi era circondata dalla truppe e gli oratori rivoluzionari improvvisavano comizi nei giardini pubblici. Iniziarono le prime manifestazioni e partirono le prime cariche di cavalleria. I cortei cominciarono a girare per le botteghe degli armaioli cercando armi per difendere la città. Si diffuse quindi la notizia che nella Bastiglia, prigione per i detenuti senza processo, erano conservate grandi quantità di munizioni. La folla cinse d’assedio la fortezza. Il comandante della prigione, colto dal panico, ammise una delegazione con cui intavolò lunghe trattative, ma dopo alcune ore il cortile interno venne invaso dalla folla. I difensori aprirono il fuoco scatenando la violentissima reazione della folla: il castello fu preso, il comandante ucciso e la sua testa tagliata e innalzata sulla punta di una picca. Era il 14 luglio 1789, data-simbolo della Rivoluzione. Seguirono altre violenze, mentre i rivoluzionari, alla notizia della presa della Bastiglia, si impadronivano dei municipi e costituirono gruppi armati volontari di “guardie nazionali”, con il compito di difendere l’ordine e la rivoluzione. I rivoluzionari erano principalmente “borghesi”, cioè professionisti, mercanti e artigiani benestanti; ma fra loro vi erano anche giovani aristocratici liberali, e uomini di chiesa, oltre ai ceti più umili. Dilagarono le violenze, soprattutto nelle campagne. Folle di contadini terrorizzati assaltarono i castelli, reclamando la fine del regime feudale e la libertà per la piccola proprietà terriera.

La Rivoluzione ebbe un salto di radicalità quando la notte del 4 agosto 1789 l’Assemblea costituente decretò l’abolizione dei diritti feudali. Pochi giorni dopo venne approvata la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, il cui primo articolo recita: “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”. Era un’affermazione sconvolgente: per la prima volta in Europa un grande paese dichiarava che tutti gli esseri umani su questa terra erano uguali di fronte alla legge. Il re era naturalmente contrario a queste radicali trasformazioni, e per questo all’inizio di ottobre sembrò optare per un terzo colpo di stato; ma questa volta venne fermato da una grande manifestazione di guardie nazionali e di donne del popolo. Versailles venne circondata. Il re dovette piegarsi e si trasferì a Parigi: la Rivoluzione cominciava a dividere il paese e ad imboccare una strada difficile e cupa.

[SF]

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This entry was posted on July 14, 2014 by in Storia.
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