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[Archeologia] Il Gioco degli Dei

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IL GIOCO DEGLI DEI

Magnifico doveva essere il paesaggio mesoamericano prima dell’arrivo dei Conquistadores. Grandiose città costellavano l’immensa distesa di giungla come esempio di civiltà e architettura Maya al tempo del suo massimo splendore. Piramidi dipinte di rosso, terrazze artificiali alte più di 10 metri, stucchi colorati ricoprivano interamente gli edifici cittadini, alte merlature traforate elevavano ed alleggerivano le costruzioni, slanciando i tozzi edifici. Tali ostentazioni di opulenza dovrebbero aver stupito e non poco i primi avventurieri europei.

Nelle città precolombiane vaste aree erano destinate ad un gioco sacro. Venivano chiamate “campi di gioco degli Dei”, perché il gioco era considerato una vera e propria cerimonia religiosa. Uno dei miti Maya (vedi articoli precedenti),descritto nel Popol Vuh, narra di due giovani, Hunahpu e Xbalanque, che disturbarono i signori del mondo sotterraneo giocando a palla, per questo motivo uno dei due fu decapitato e la sua testa venne usata come palla. Per tale ragione nelle competizioni ufficiali era stabilito che la palla non toccasse mai il terreno, per non disturbare il mondo sotter­raneo. Il senso profondo del gioco consisteva nel suo valore sacra­le: rimettere in moto il Sole e la vita.

Le prime notizie che giunsero in  Europa di un gioco rituale nel “Nuovo Mondo“, con una palla di gomma solida, risalgono al momento dell’arrivo dei primi Conquistadores spagnoli in America Centrale nel XVI sec.

Il gioco racchiude importanti aspetti culturali e rituali delle popolazioni precolombiane. Il rito del gioco sacro, come già detto è descritto anche nel Popol Vuh, il che ci fa intendere il ruolo funzionale all’interno delle società indigene. Campi da gioco precolombiani sono stati trovati in tutto il Mesoamerica , sia all’estremo sud (Nicaragua) , sia all’estremo nord (Arizona).

L’antico nome del gioco era Ullamalitztli (Ōllamaliztli), che risulta essere una combinazione di due parole: ullama (gioco con una palla), ulli (gomma) e  itz (magia). Lo sport, se così si può chiamare,  ha avuto diverse versioni in luoghi diversi nel corso dei millenni e una nuova versione più moderna del gioco, chiamato Ulama, è ancora praticato in alcune zone dalla popolazione locale. Le regole del Ullamaliztli non sono note, ma a giudicare dal suo discendente, Ulama, erano probabilmente simile a Squash,  dove lo scopo è quello di tenere la palla in gioco. I suggestivi cerchi in pietra che portavano spesso incisa l’immagine del Sole o di simboli celesti sui due lati, erano inseriti nei monumentali campi di gioco. Questi ultimi variano notevolmente in dimensioni, ma tutti hanno un lato corto ed un lato lungo, con muri contro cui le sfere potevano rimbalzare, in ogni caso sono una tarda aggiunta al gioco.

I giocatori indossavano il Maxtlatl (perizoma), composto da un proteggi anche in pelle e larghe fasce in pelle disposte intorno ai glutei.Il pallone era formato da una grossa palla di caucciù, massiccia ma anche molto elastica del peso di 3-4 Kg, la quale non poteva essere colpita, come ricorda il Co­dice Mendoza, “se non con la giuntura della coscia, o del braccio, o del gomito; chiunque la toccava con la mano o col piede o con qualunque altra parte del corpo perdeva un punto. Chiunque faceva passare il pallone attraverso l’anel­lo, il che accadeva raramente, vinceva la partita”.

Nella versione più moderna del gioco, i giocatori colpiscono la palla con i fianchi, anche se alcune versioni è consentito l’uso di avambracci, racchette e mazze. Il pallone in gomma solida pesa 3/4 kg e le dimensioni cambiano a secondo delle esigenze di gioco.

Sul luogo di origine del Gioco degli Dei ci sono diverse ipotesi, una ci riporta a Paso de la Amada, sull’Oceano Pacifico, gli archeologi hanno scoperto il più antico campo di gioco degli Dei scoperto, datato a circa il 1400 a.C.. L’altra ipotesi accreditata è nel cuore del territorio degli Olmechi, (popolo gomma) in quanto la regione è ed è stata fortemente identificata con la produzione di caucciù, nell’Istmo di Tehuantepec, presso la palude sacrificale a El Manatí,lungo la costa del Golfo del Messico.

Numerosi studi concordano sul fatto che Ullamaliztli sia servito per disinnescare o risolvere conflitti e controversie, evitando guerre o battaglie sia all’esterno che all’interno della società, attraverso il sacrificio umano. L’associazione tra sacrifici umani e Ullamalitztli appare piuttosto tardi nelle fonti archeologiche, non prima dell’era classica. Esempi di raffigurazioni esplicite di sacrifici umani possono essere viste sulle pareti dei campi di gioco e El Tajin (850-1100 d.C ) e, Chichen Itza ( 900-1200 d.C.) , nonché sulla stele in bassorilievo proveniente dal sito di Aparicio (700-900 d.C.).

Il conflitto e la guerra sono il più evidente aspetto simbolico del gioco sacro, Ullamalitztli è dunque visto come una lotta tra il giorno e la notte , una battaglia tra la vita e la morte. I campi da gioco sono stati considerati portali al mondo sotterraneo e sono stati costruiti in posizioni chiave all’interno dei recinti cerimoniali centrali.

Ullamalitztli come simbolo di guerra intimamente connesso al tema della fertilità, è una rappresentazione simbolica del mantenimento dell’ordine cosmico dell’universo e della rigenerazione rituale della vita.

[FC]

Link: http://www.youtube.com/watch?v=sGUgq3gqii4

 

Bibliografia:

Alegría, Ricardo E., The Ball Game Played by the Aborigines of the Antilles, American Antiquity (Menasha, WI: Society for American Archaeology) (1951); Chinchilla Mazariegos, Oswaldo, Imágenes de la mitología maya, Museo Popol Vuh, Guatemala(2011); Colas, Pierre; and Alexander Voss, A Game of Life and Death – The Maya Ball Game, in Nikolai Grube (ed.) (2006), Maya: Divine Kings of the Rain Forest. Eva Eggebrecht and Matthias Seidel (assistant eds.). Cologne, Germany: Könemann; Day, Jane Stevenson, Performing on the Court, in E. Michael Whittington (ed.) (2001), The Sport of Life and Death: The Mesoamerican Ballgame (Published in conjunction with an exhibition of the same name organized by the Mint Museum of Art, Charlotte, NC. ed.). New York: Thames & Hudson; Diehl, Richard, The Olmecs: America’s First Civilization. Ancient peoples and places series. London: Thames & Hudson, (2004); Leyenaar, Ted, The Modern Ballgames of Sinaloa: a Survival of the Aztec Ullamaliztli, in E. Michael Whittington (ed.), (2001), The Sport of Life and Death: The Mesoamerican Ballgame (Published in conjunction with an exhibition of the same name organized by the Mint Museum of Art, Charlotte, NC. ed.). New York: Thames & Hudson; Ortíz C., Ponciano, María del Carmen Rodríguez, Alfredo Delgado, Las ofrendas de El Manatí y su posible asociación con el juego de pelota: un yugo a destiempo, in María Teresa Uriarte (ed.), (1992), El juego de pelota en Mesoamérica: raíces y supervivencia, México D.F.: SigloXXI Editores and Casa de Cultura, Gobierno del Estado de Sinaloa; Ortíz C., Ponciano, María del Carmen Rodríguez, Olmec Ritual Behavior at El Manatí: A Sacred Space, In David C. Grove and Rosemary A. Joyce (eds.), (1999); Velázquez, Primo Feliciano, Códice Chimalpopoca: Anales de Cuauhtitlan y Leyenda de los Soles, Mexico: UNAM, (1975); Taube Karl, Aztec and Maya Myths (The Legendary Past) 3ª ed, Austin, University of Texas Press, 1997; Tedlock Dennis, Popol Vuh: the Definitive Edition of the Mayan Book of the Dawn of Life and the Glories of Gods and Kings,Touchstone Books ed. (1996); Wilkerson, S. Jeffrey K., Then They Were Sacrificed: The Ritual Ballgame of Northeastern Mesoamerica Through Time and Space, in Vernon Scarborough and David R. Wilcox (eds.). The Mesoamerican Ballgame. Tucson: University of Arizona Press, (1991).

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