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Alle origini del mondo moderno: la monarchia feudale inglese

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Alle origini del mondo moderno: la monarchia feudale inglese

 

In questo articolo tratteremo la formazione e la trasformazione dei una delle nazioni che andrà ad egemonizzare la storia europea e non solo: l’Inghilterra.

Tra il XII e XIII secolo la monarchia fu costretta ad una politica di accentramento del potere a causa sia delle strutture centralistiche create dai re anglosassoni, sia dalla mancanza di una grande feudalità come quella francese.  Inoltre gli inglesi dovevano mantenere una permanente organizzazione difensiva contro la pressione della popolazione della Scozia e del Galles che, in quell’epoca, non facevano parte del regno d’Inghilterra. In aggiunta, i sovrani normanni erano costretti a lunghe assenze dall’isola a causa del loro coinvolgimento nella politica continentale (Francia). Proprio in Francia, vi erano possedimenti inglesi in quanto Enrico II Plantagenteo (1154-1189) aveva sposato Eleonora d’Aquitania ereditando così i suoi possedimenti e diventando nel contempo vassallo del re di Francia: un vassallo così potente poteva veramente considerarsi subordinato al sovrano francese? Complesse negoziazioni, sulla base di diritti acquisiti per via matrimoniale, consentirono a Filippo IV il Bello di estendere il suo regno e di aprire una vertenza contro il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone (1189-1199) e Giovanni II Senza Terra (1199-1216), che si concluse con la conquista della Normandia e dell’Anjou da parte del re francese tra il 1201 e il 1206. Infine la vittoria di Bouvines (1214) consolidò in modo definitivo queste annessioni.

La perdita progressiva dei domini oltre Manica gettò in una crisi profonda la casa regnante d’Inghilterra: nei primi anni del XIII secolo l’arcivescovo di Canterbury si mise alla testa dei baroni e degli ecclesiastici che contestavano a Giovanni II Senza Terra, gli scarsi risultati della sua politica continentale conclusa, come già detto, con la disfatta di Bouvines. Quando il re sconfitto fu costretto a chiedere nuovi finanziamenti per la sua campagna continentale, l’opposizione passò alla lotta armata: gli abitanti di Londra aprirono le porte della città ai ribelli e Giovanni dovette accettare la trattativa. Questa si tenne nella pianura di Runnymede, presso Windsor, dove, nel giugno del 1215, il monarca, cedendo alle rivendicazioni baronali, giurò di osservare le disposizioni della Magna Charta Libertatum, dell’atto, cioè, con il quale i rivoltosi stabilivano i limiti del potere della corona. Il re Giovanni, fatto nuovo per il XIII secolo, accettò il controllo di una commissione di venticinque baroni che dovevano garantire il rispetto della Magna Charta, ricorrendo «anche all’uso della forza».

Il sovrano acconsentì anche ad una drastica riduzione delle sue prerogative: si rassegnò a non imporre più tributi senza il consenso delle parti interessate; accettò il principio che «gli uomini liberi» (vale a dire i nobili) possono essere giudicati solo «dai loro pari»; rinunciò a controllare i tributi signorili. I baroni, d’altra parte, si impegnarono a non rivendicare la propria partecipazione al consiglio del re e a lasciare questi libero nella nomina dei suoi funzionari.

La Magna Charta, segnò la vittoria delle classi privilegiate, la riscossa dei ceti feudali contro le tendenze accentratrici e modernizzatrici della monarchia. Tuttavia essa, proponendosi come tutrice del diritto dei singoli contro gli abusi del potere sovrano, anticipò un’esigenza fondamentale delle moderne costituzioni.

Il successore di Giovanni II, Enrico III, che governò l’Inghilterra dal 1216 al 1272, continuò ad essere attratto dalla politica continentale rispetto a quella interna. Anche a causa di ciò, egli dovette affrontare una nuova rivolta baronale che, 1258, guidata da Simone di Monfort, gli imposero «le Previsioni di Oxford», cioè i decreti con i quali gli insorti affidavano il governo del regno ad un comitato di riformatori. Il loro fine era quello di porre in atto le delibere della Magna Charta: sembrava che una manipolo di aristocratici dovesse prendere il posto della monarchia. Lo scontro armato tra le due fazioni avvenne nel 1264 presso Lewes; l’esercito del re fu sconfitto, ma i baroni non vollero stravincere e non deposero il re. Simone de Monfort governò per quindici mesi senza cancellare dagli atti il nome del re prigioniero. Alla morte del Monfort (1265) seguì la pacificazione. Il sovrano accettò di governare con la collaborazione dei baroni e consentì che essi partecipassero al «Parlamento», come allora era chiamato il Consiglio del re.

Fu durante il regno di Edoardo I (1272-1307), coinvolto in lunghe campagne contro il Galles e la Scozia, che il Parlamento iniziò ad assumere una fisionomia più definita circa i suoi compiti e le sue funzioni. Nel «Parlamento modello» convocato nel 1295, accanto ai nobili e ai prelati, presero posto due cavalieri per ogni contea (shires) e due “borghesi” per ogni città. In esso non ci si limitò a discutere dei bilanci, delle spese e delle imposte, ma si esaminarono le petizioni che provenivano da ogni parte del regno; si cominciò a trattare anche degli affari correnti. Il Parlamento, riunito a Westminster, presso Londra, non era ancora diviso nelle due camere (camera alta o dei Lords, camera bassa o dei Comuni). Tuttavia i lavori di quell’assemblea dimostrano la presenza di una comunità nazionale costituita dal re, dai nobili e dai rappresentanti della città. Tali gruppi sociali trovavano il motivo della loro coesistenza nell’idea del «regno»; e se non si riunivano ancora per legiferare, affrontavano insieme i problemi più importanti della loro convivenza.

[SF]

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